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TFF39 – “Sing 2” di Garth Jennings apre la 39esima edizione di Torino Film Festival

Sarà l’anteprima internazionale di SING 2 – Sempre più forte ad aprire il 26 novembre 2021 il 39° Torino Film Festival.

Scritto e diretto nuovamente da Garth Jennings (Guida galattica per autostoppisti, 2005; Son of Rambow – Il figlio di Rambo, 2007; Sing, 2016) Sing 2 è una coloratissima commedia musicale d’animazione, sequel dell’omonimo film di successo, Sing, che vedeva un gruppo di animali organizzare una gara canora così da riportare il Moon Theatre al suo vecchio splendore e salvarlo dalla chiusura. Garth Jennings sarà presente a Torino per la presentazione ufficiale del film in occasione del festival.

Sing 2 - Garth Jennings al Torino Film Festival 2021

Come nelle favole morali di Esopo e nella grande letteratura di tutti i tempi – dichiara il direttore del Torino Film Festival Stefano Francia di Celle – gli animali del genio di Garth Jennings scavano nelle profondità psicologiche dei tipi umani esaltando e stigmatizzando tutte le sfumature dell’animo. Permettendo agli spettatori di tutte le età di immedesimarsi nella travolgente sfida per smarcarsi dalla mediocrità e saper esprimere il proprio talento in modo libero e creativo. Un perfetto inizio per il nostro TFF che vuole spronare la creatività dei giovani, degli autori indipendenti e di chi è alla ricerca di una sua identità artistica”.

“Finalmente il Torino Film Festival torna nelle sale e inaugurare con un film come Sing 2 è un bel modo di festeggiare, dopo l’edizione solo online dello scorso anno – sottolineano Enzo Ghigo e Domenico De Gaetano, rispettivamente presidente e direttore del Museo Nazionale del Cinema. Sarà bello vedere l’entusiasmo del pubblico e degli addetti ai lavori, che sapranno farsi trasportare dalla travolgente allegria e simpatia dei protagonisti di questa spumeggiante commedia musicale d’animazione”.

“Dopo aver finito Sing 2racconta Garth Jennings, regista del film – mi rendo conto che le nostre ambizioni per il film sono sempre state molto allineate con quelle del nostro amato protagonista Buster Moon: raggiungere le stelle e dare al pubblico la più meravigliosa, la più strabiliante e più sentita celebrazione del cinema e della musica possibile. Non potremmo essere più orgogliosi del nostro film e siamo tutti felici di portare Sing 2 al Torino Film Festival.”

In Sing 2 i protagonisti dovranno abbandonare il Moon Theatre per esibirsi sul palco di una grande città. Il film segue sempre le imprese del koala Buster Moon e del suo cast, che ora deve concentrarsi sul debutto di un nuovo spettacolo al Crystal Tower Theatre nella luccicante Redshore City. I protagonisti dovranno anche intraprendere una missione per trovare la leggenda del rock Clay Calloway e convincerlo a tornare sul palco.

Nella versione originale il koala Buster è interpretato dal vincitore Oscar® Matthew McConaughey, Reese Witherspoon presta la sua voce alla maialina Rosita, Scarlett  Johansson alla porcospina rocker Ash,  mentre il serioso gorilla Johnny avrà la voce di Taron Egerton, il timido elefante Meena quella di  Tory Kelly, il provocatorio porcellino Gunter di Nick Kroll. A interpretare la leggenda del rock, il leone Clay Calloway sarà invece Bono.

Il cast delle voci italiane è composto dal comico e attore Frank Matano che presterà la voce al personaggio di Darius. Nel cast anche due giovani talenti, Jenny De Nucci, stella in ascesa, attrice, content creator, adorata dal pubblico giovane e meno giovane. Lei doppierà Porsha, una trendsetter, ballerina e cantante che non vede l’ora di brillare sul palco del nuovo spettacolo ideato da Buster Moon.

Valentina Vernia, TikTok star e ballerina, proprio come il personaggio a cui presterà la voce, ha conquistato il cuore dei più giovani dopo aver partecipato al talent AMICI. Valentina AKA Banana sarà la voce della strepitosa Nooshy che farà anche da coach a Johnny. A completare gli assi dei doppiatori ci sarà anche Zucchero “Sugar” Fornaciari, una delle voci italiane più celebri e riconoscibili nel mondo, che riflette perfettamente il personaggio a cui andrà a prestare la voce, l’iconica rock star Clay Calloway.

Prodotto da Illumination Entertainment Sing 2 uscirà nelle sale italiane il 23 dicembre 2021 distribuito da Universal Pictures International Italy.

The Last Duel

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2021, il nuovo film del regista inglese è basato su eventi realmente accaduti, e racconta della genesi dell’ultimo duello della storia di Francia dal punto di vista dei tre protagonisti: due ex amici e una donna vittima di violenza.

The Last Duel - Poster

Genere: drama, storico
Anno: 2021
Durata: 152 min
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Matt Damon, Ben Affleck, Nicole Holofcener
Fotografia: Dariusz Wolski
Musiche: Harry Gregson Williams
Montaggio: Claire Simpson
Distribuzione: 20th Century Fox, Walt Disney Studios
Paese: Stati Uniti, Regno Unito
Cast: Matt Damon, Ben Affleck, Jodie Comer, Adam Driver

La maestosa sequenza d’apertura, dedicata al montaggio parallelo della vestizione corazzata dei due contendenti a duello e alla preparazione della mise di Lady Marguerite che vi assisterà dagli spalti, potrebbe ingannare chi ha creduto di intuire in questo nuovo film di Ridley Scott un ritorno alle origini del suo mitologico esordio I duellanti. L’idea alla base di The Last Duel non pare così originale. Però questa volta i tre punti di vista servono per raccontare la validità di uno solo tra essi. Quello di una donna. La vicenda  raccontata nel film è basata su eventi storici realmente accaduti, è quella che ha condotto all’ultimo Duello di Dio un duello autorizzato dalla legge, ovvero dal Re, e con valore legale nella storia della Francia: quello combattuto a Parigi il 29 dicembre 1386 da Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, due cavalieri e combattenti un tempo amici e successivamente diventati acerrimi rivali. Non fu però la loro rivalità, alla base del duello, quanto il fatto che Marguerite, moglie di Carrouges, accusò Le Gris di averla stuprata mentre il marito era assente.

Photo credit: Patrick Redmond

La sceneggiatura di Matt Damon (Carrouges)e Ben Affleck (il principe Pierre), scritta insieme a Nicole Holofcener sul romanzo omonimo di Eric Jager, subisce con ogni evidenza il fascino delle operazioni televisive “complesse” di questa generazione, Holofcener è d’altronde soprattutto una scrittrice per la tv, dove il Medio Evo è ormai una dimensione precisamente canonizzata. La struttura che riavvolge per ben tre volte la vicenda narrata, alternando i punti di vista dei due scudieri e della donna, non è insomma un omaggio a Rashomon quanto a serie dalla narrazione particolare come la capostipite The Affair. Ridley Scott dimostra così di essere cineasta che non ha perso il polso sul presente, non solo dal punto di vista linguistico ma anche di attenzione ai temi. Nonostante il processo possa portare alla morte in duello per il marito Jean e la donna ad essere poi efferatamente giustiziata in pubblico in quanto millantatrice, la Marguerite della britannica Jodie Comer mostra infatti la volontà ferrea di chiedere giustizia per la violenza sessuale subita dal libertino Jacques Le Gris (Adam Driver), in un tempo in cui la sposa era “proprietà privata” dell’uomo. E’ chiara la metafora sul nostro presente in cui le riflessioni portate avanti dai movimenti “di genere” sostengono la necessità di “credere sulla parola” alle donne che rivelano il proprio essere state abusate, anche in assenza di prove.

Il racconto epico e cavalleresco, le grandiose scene di battaglia, l’azione cupa e convulsa, le ricostruzioni della vita di corte e di provincia della Francia dell’epoca, lo scenario della storia: tutto è messo in scena unicamente per supportare con la spettacolarità del cinema una vicenda che mette in mostra, e alla berlina, un maschile che a dispetto delle differenze evidenti tra i due protagonisti è comunque violento, rude, insensibile. E un femminile, non tanto incompreso quanto non considerato, che viene schiacciato e umiliato, ridotto a orpello, sfogo sessuale, oggetto di violenza.
Sia Damon che Driver dichiarano, ognuno a suo modo, il loro grande amore per la Comer. Entrambi, in modi diversi, non ne hanno alcun rispetto, alcuna reale considerazione.
Perfino il duello, alla fine dei conti, è una questione di ego maschile, e non di un reato commesso su una donna. Per chi già storce il naso e pensa che sia l’ennesima operazione hollywoodiana che inneggia al politicamente corretto si sbaglia di grosso, di certo un po’ di movimento MeToo viene portato nel XIV secolo ma la mano esperta di Scott si concentra sui corpi e sull’espressioni cariche di passione e risentimento dei protagonisti. Un tipo di cinema già visto, che a tratti sfiora la ridondanza, ma che si lascia guardare volentieri e ci conquista per l’impeccabile realizzazione.

Voto: 7,5
Recensione a cura di Salvatore Amoroso


Torino Film Festival 2021: Torna la sezione “Le stanze di Rol”

La 39esima edizione del Torino Film Festival scalda i motori con i primi annunci e alcune piacevoli riconferme. Dopo il successo del 2020, anche quest’anno, infatti, tornerà in scena “Le stanze di Rol” che il suo curatore Pier Maria Bocchi definisce come “una zona franca con un solo credo: che il cinema, il più libero, il meno addomesticato, il più temerario, è un segno di vita, e per questo motivo rifiuta per natura qualunque forma di oscurantismo. Le stanze di Rol evita gli stereotipi e le scelte più scontate, vuole inseguire l’eccellenza e dare del genere un’immagine non omologata.”. Quest’anno la sezione vedrà la Mediapartnership di Rai4: ogni proiezione sarà preceduta da un teaser a cura della Direzione Creativa Rai per Rai4, e due puntate del programma Wonderland saranno dedicate specificatamente alla sezione.

Dopo il tentativo di riflettere sulle ‘immagini del genere con la selezione della scorsa edizione, quest’anno la scelta è caduta su titoli più schietti e ‘diretti, perché, come sottolinea Pier Maria Bocchi, curatore della sezione, “mi è parso che il genere ‘nudo e puro’ dimostrasse uno straordinario stato di salute. Nello stesso tempo, però, ho cercato tracce di genere in film che, in superficie, difficilmente verrebbero etichettati come tali, poiché sono convinto che il genere sia in grado di contaminare altri generi, inquinarli e trasformarli. Ciò significa forza, libertà e ricerca, ed è a partire da questi tre ‘movimenti’ che ho sempre pensato che la sezione debba prendere la sua forma, le sue fattezze e il suo scopo”.

Torino Film Festival 2021 Le Stanze di Rol - The Strings

“C’è un passaggio segreto che dal ‘paese delle meraviglie’ conduce all’interno delle Stanze di Rol – racconta Leopoldo Santovincenzo, autore del magazine Wonderland. Tra Rai 4, con il suo magazine Wonderland, e la sezione del Torino Film Festival si apre oggi un dialogo ideale alla luce della comune frequentazione di un immaginario che non contempla etichette né steccati, disponibile alle più imprevedibili avventure, sul grande come sul piccolo schermo. Un primo assaggio di questa collaborazione arriverà lunedì 29 novembre, su Rai 4, con due film in Prima Visione Assoluta inclusi nella selezione 2020 delle Stanze di Rol: Lucky di Natasha Kermani e The Dark and the Wicked di Bryan Bertino”.

Torino Film Festival 2021 - Le Stanze di Rol - Raging Fire

“La figura e le gesta di Gustavo Adolfo Rol ispirano per la seconda volta la sezione dedicata a opere inedite di autori che esplorano mondi paralleli della psiche, dello spazio e del tempo – dichiara Stefano Francia di Celle, direttore del Torino Film Festival. Per accogliere un cinema illuminato che offre uno squarcio vertiginoso sulle aspirazioni, sui sogni e sulle angosce dell’umanità contemporanea. Le stanze di Rol sono un elemento fondamentale della proposta complessiva del Torino Film Festival perché rappresentano un controcanto sottile o assordante alle altre forme di narrazione e di interpretazione della realtà delle altre sezioni. Sono molto felice del fatto che Rai 4 sia da quest’anno con noi per avventurarsi nel sentiero cinematografico dello stupore e dello sconcerto”.

I film in programma:

Coming Home in the Dark James Ashcroft, Nuova Zelanda, 2021; distribuzione italiana Koch | Anteprima italiana. Film di apertura della sezione.

Bull di Paul Andrew Williams UK, 2021 | Anteprima italiana.

Extraneous Matter – Complete Edition di Kenichi Ugana, Giappone, 2021 | Anteprima italiana.

Inmersión di Nic Postiglione, Cile, 2021 | Anteprima mondiale.

Mlungu wam – Good Madam di Jenna Cato Bass, Sud Africa, 2021 | Anteprima europea.

Offseason di Mickey Keating, USA, 2021 | Anteprima italiana.

Los plebes di Eduardo Giralt, Emmanuel Massu, Messico, 2021 | Anteprima internazionale.

Raging Fire di Benny Chan, Hong Kong-Cina 2021; distribuzione italiana Koch Media, in collaborazione con FEFF – Far East Film Festival | Anteprima italiana.

Ste. Anne di Rhayne Vermette, Canada, 2021 | Anteprima italiana.

The Strings di Ryan Glover, USA, 2020 | Anteprima italiana.

What Josiah Saw di Vincent Grashaw, USA, 2021 | Anteprima europea.

L’angelo dei muri di Lorenzo Bianchini, Italia, 2021; distribuzione italiana Tucker Film | Anteprima mondiale. Film di chiusura della sezione.

Respect

Genere: biografico, drammatico, musicale
Anno: 2021
Regia: Liesl Tommy
Attori: Jennifer Hudson, Forest Whitaker, Marlon Wayans, Audra McDonald, Marc Maron, Tituss Burgess, Mary J. Blige, Tate Donovan
Sceneggiatura: Tracey Scott Wilson
Fotografia: Kramer Morgenthau
Montaggio: Avril Beukes
Paese: Stati Uniti, Canada
Durata: 145 min

Lasciati alle spalle i più importanti festival di fine estate, la stagione cinematografica sembra già aver definito i titoli e soprattutto i nomi dei suoi front runner nella corsa per i grandi premi. A pochi mesi dalla fine del 2021, infatti, è già tempo di pronostici, di piccole grandi scommesse costruite su quanto osservato tra le sale festivaliere e non solo. Le scorse settimane tra Locarno, Venezia e Toronto, si è consumato il primo confronto “a distanza” tra tre delle interpreti più quotate per i premi da protagoniste: Jennifer Hudson con Respect, Kirsten Stewart per Spencer e Jessica Chastain in The Eyes of Tammy Faye. La critica internazionale ha puntato tutto su questi tre nomi che sullo schermo danno vita a personaggi e personalità estremamente diverse che richiedono, a loro volta, narrazioni peculiari capaci di catturarne lo spirito. Proprio di soul, spirito, si parla in Respect, il primo dei tre film citati ad approdare nelle sale italiane insieme al suo racconto biografico per episodi presentato all’ultima edizione del Locarno Film Festival. Al centro della scena, ovviamente, c’è la regina del soul, Aretha Franklin, figura leggendaria del mondo della musica che richiedeva indubbiamente un biopic più carismatico.

Photo credit: Quantrell D. Colbert

Negli anni Cinquanta una bambina afroamericana di dieci anni trova nel canto gospel l’opportunità di aprirsi alla sua comunità e al mondo, raccontando emozioni e sentimenti altrimenti soffocati da un terribile lutto. Il suo nome è Aretha Franklin (Jennifer Hudson), un nome che sarà difficile da dimenticare negli anni seguire grazie a una carriera folgorante, segnata da successi travolgenti quanto da cadute difficili da affrontare. In tre decenni dedicati alla musica e alle sue sfumature, si ripercorre così anche una vita intrecciata ai maggiori avvenimenti che segnarono la società statunitense, tra lotte per l’uguaglianza e affermazione della propria indipendenza.

In passato, ben due prodotti per piccolo e grande schermo, una stagione di Genius e il doc Amazing Grace, avevano cercato di catturare l’essenza di un talento così complesso e stratificato come quello di Aretha Franklin. Confrontarsi con decenni di musica dall’eredità senza pari deve essere stato una sfida difficile per l’esordiente Liesl Tommy che, con la sua prima regia cinematografica, non trova le giuste note per far risplendere ulteriormente il soggetto. Nemmeno una sceneggiatura spenta come un canone fin troppe volte ascoltato riesce a risollevare il ritmo di una narrazione poco appassionata, ben distante dall’animo della protagonista ma anche dalle vette del genere raggiunte con il ben più ispirato Rocketman.

In assenza di una vera ispirazione alla cinepresa e alla scrittura, il film allora si sorregge sulla bravura cristallina di Jennifer Hudson, interprete invidiabile sia per recitazione che per doti canore. Chi era rimasto già incantato dalla sua performance da Oscar per Dreamgirls, troverà nuovi motivi per stupirsi davanti a un’interpretazione che cresce di intensità insieme al suo personaggio, riuscendo a dare profondità ai momenti chiave della storia e dell’eredità culturale di Franklin sia come donna che come rappresentante di una comunità. In un crescendo di emozioni, Hudson riesce ad accompagnare verso un gran finale sulle note di Amazing Grace un film altrimenti dimenticabile, reclamando un posto d’onore nella corsa ai prossimi riconoscimenti importanti.

Voto: 6
Recensione a cura di Federica Gaspari
Recensione pubblicata su IlTermopolio

Immagini tratte da:

Universal Pictures

Trieste Science+Fiction Festival presenta un focus sul cinema fantastico svizzero

La manifestazione triestina annuncia un focus dedicato al cinema fantastico elvetico, in collaborazione con SWISS FILMS, l’ente di promozione per i film svizzeri all’estero, e il NIFFF – Neuchâtel International Film Festival: in programma le anteprime di 7 film, tra cui due classici degli anni ‘60 e ‘70 e cinque film rappresentativi della nuova onda degli anni 2000, insieme a una selezione di sette cortometraggi.

Appuntamento con la 21° edizione del Trieste Science+Fiction Festival dal 27 ottobre al 3 novembre in formato ibrido, con modalità di partecipazione dal vivo e online in tre diverse sale: il Politeama Rossetti e il Cinema Ariston di Trieste e, per il secondo anno consecutivo, la sala virtuale di MYmovies.
La selezione Swiss Fantastic Films on Tour raccoglie 14 opere originalissime suddivise in 7 film e 7 cortometraggi, mettendo in risalto la varietà di un genere che negli ultimi ha conosciuto una vera e propria rinascita, esplorando mondi sconosciuti capaci di stravolgere la nostra percezione del reale e di ispirare la nostra immaginazione.

Tra i film in programma al festival triestino due classici della fantascienza svizzera degli anni ‘60 e ‘70, recentemente masterizzati: La vergine di Shandigor” (1967) di Jean-Louis Roy, un’originale avventura fantaspionistica alla 007 che vede protagonista uno scienziato alle prese con armi atomiche e oscuri poteri forti, insieme a Grauzone” (1979) di Fredi Murer, un intrigante mockumentary in cui una giovane coppia dovrà affrontare una misteriosa epidemia che il governo cerca di insabbiare. Un ritratto impressionante della società del controllo elvetica che prefigura i movimenti di rivolta a Zurigo del 1980.

In calendario a Trieste anche le anteprime di cinque film che, nel corso degli anni 2000, hanno segnato una vera e propria affermazione della fantascienza elvetica, recuperando il genere fantastico in tutte le sue molteplici declinazioni attraverso visioni originali e personalissime. Nel film Hell” (2011) il regista Tim Fehlbaum mette in scena una battaglia per la sopravvivenza, in un futuro in cui una tempesta solare ha reso la Terra inabitabile e dove infuriano guerre per il possesso dell’acqua. In “Chimères” (2013) di Olivier Beguin il protagonista comincia a subire strani cambiamenti a seguito di una trasfusione di sangue.

L’oscuro “Tiere – Animals” (2017) di Greg Zglinski vede protagonista una coppia in crisi che, dopo aver investito una pecora lungo una strada di montagna, si ritroverà al centro di una serie di eventi sinistri e inquietanti che culmineranno in uno stato di allucinazione. Con “Particles” (2019) il regista Blaise Harrison esordisce sul grande schermo con un riuscitissimo teen movie che unisce sci-fi e fisica quantistica, in cui un gruppo di liceali è alle prese con uno strano fenomeno legato ad un acceleratore di particelle. Completa la selezione dei lungometraggi il film di Simon Jaquemet “The Innocent” (2018), un viaggio allucinante all’interno della mente umana, durante il quale la protagonista vede il suo mondo andare in pezzi a causa dell’improvviso ritorno di un suo vecchio amante.

A Chiara

Jonas Carpignano chiude così la “Trilogia di Gioia Tauro”, iniziata nel 2015 con Mediterraneo e proseguita nel 2017 con A Ciambra, presentato sempre a Cannes nella Quinzaine Des Réalisateurs e vincitore dei David di Donatello per la Miglior regia e il Miglior montaggio.

Genere: Drammatico
Anno: 2021
Durata: 121 min
Regia: Jonas Carpignano
Sceneggiatura: Jonas Carpignano
Fotografia: Tim Curtin
Musiche: Benh Zeitlin, Dan Romer
Distribuzione: MK2 films, Lucky Red, Neon
Paese: Italia, Francia, USA
Cast: Swamy Rotolo, Claudio Rotolo, Grecia Rotolo, Carmela Fumo, Giorgia Rotolo, Antonio Rotolo, Vincenzo Rotolo

Quattro anni dopo lo splendido A Ciambra, Jonas Carpignano torna alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes con A Chiara, titolo che si aggiudica il premio Europa Cinema Labels e ci catapulta nell’universo parallelo che si cela dietro gli occhi, profondi e puri, della protagonista Swamy Rotolo, giovane e magnetica neo attrice scoperta dal regista, che veste i panni di una ragazza che di punto in bianco scopre che il padre è un membro della ‘ndrangheta.

Nella prima parte del film, quella in cui si rappresenta la tenera unione della famiglia Guerrasio (in realtà a recitare è tutta la famiglia Rotolo), lo sguardo di Carpignano si posa sul rapporto intimo ed emotivo tra tutti i familiari. Quella partecipazione emotiva della messa in scena già presente nei film precedenti prorompe con forse ancora maggior forza in A Chiara, come dimostra in modo eclatante la lunghissima sequenza che ha come centro narrativo per appunto la festa per il diciottesimo compleanno di Giulia, la sorella maggiore della giovane: oltre venti minuti in cui apparentemente si sta solo fotografando un momento di intimità familiare, ma che al contrario rappresenta uno scandaglio di quell’umanità, dei rapporti personali, di quel senso di famiglia che è poi uno dei punti cruciali attorno ai quali ruota l’intera narrazione. Come ci si pone, da adolescenti, di fronte a una famiglia che scopri di conoscere solo in parte? Come si reagisce quando si viene a sapere che il proprio padre è in realtà un latitante, e ha addirittura dei terribili segreti che nasconde dentro casa?

Se la “famiglia” è un aspetto canonico all’interno delle storie dedicate alla criminalità organizzata, Carpignano cerca di evadere da qualsiasi rappresentazione statica e classica. I Guerrasio sono vivi, pulsanti, in conflitto in principio contro se stessi ed era così in parte anche per Pio, lo splendido protagonista di A Ciambra. Chiara sta cercando un proprio posto nel mondo, è ostile verso una delle sorelle di Pio solo perché rom, ed è dotata di una invidiabile intelligenza. Eppure non può conoscere in profondità la sua famiglia, non le viene concesso. È divorata da mille dubbi e solo la sua ostinazione le farà acquisire una precoce coscienza critica.

Rispetto al film precedente, interamente circoscritto in una zona di Gioia Taura, A Chiara è anche un racconto di spostamenti: Chiara cerca suo padre, si reca anche nella Ciambra, e poi sarà costretta a uno spostamento con fuga verso una nuova terra, che  a tratti sembra lontana, quasi appartenesse a un altro continente. La sua necessità è quella di esistere, e quindi di conoscerela (o le) verità. Questo percorso iniziatico, che potrebbe avere le più differenti svolte, è racchiuso tra due compleanni, speculari a loro modo, eppure così profondamente diversi. Due compleanni che non si parlano né per senso, né per area geografica, e neppure per attitudine familiare. E che pure continuano a scrutarsi in uno specchio scuro, dov’è chiusa l’anima delle persone, il loro dolore più intimo, la loro verità più inconfessabile.

L’utilizzo sistematico della camera a mano, l’illuminazione naturale, sonoro in presa diretta, nessuna concessione al genere e soprattutto nessuna scena costruita che induce lo spettatore a provare forzate emozioni, rendono questo film un piccolo gioiello. Jonas Carpignano si riconferma uno dei talenti più cristallini del nostro ‘’nuovo cinema italiano’’, sceglie un approccio realistico ed estremamente personale, carico di umanità e significato. Per questo non possiamo che invitarvi il 7 Ottobre in sala a vedere A Chiara, a supportare un film diverso, diretto ma soprattutto vero.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Articolo pubblicato anche su IlTermopolio

Locadina: Coming Soon.it

Immagine1: Sky Tg24

Immagine2: MyMovies

Immagine3: Coming Soon.it

Vinicio Capossela al Cinema Massimo per il restauro de “La moglie di Claudio”

Il Museo Nazionale del Cinema propone mercoledì 13 ottobre 2021, alle ore 21:00 al Cinema Massimo il restauro del film La moglie di Claudio di Gero Zambuto, prodotto nel 1918 dall’Itala Film di Giovanni Pastrone e interpretato dalla diva Pina Menichelli.

Per l’occasione e per esaltare un film tanto complesso è stato scelto l’accompagnamento musicale di uno dei musicisti più interessanti del panorama europeo, Vinicio Capossela, che musicherà dal vivo questo melodramma “sui generis”, capace di fondere lo spionaggio e il thriller ante litteram, con il dramma passionale. Vinicio Capossela, al pianoforte e strumenti meccanici, sarà affiancato da Alessandro “Asso” Stefana alle chitarre, armonium e campionatore: il Duo accompagnerà la pellicola con un inedito programma musicale realizzato per l’occasione.

“Abbiamo pensato di coinvolgere Vinicio Capossela – racconta Domenico De Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema -, uno dei musicisti più innovativi del panorama musicale italiano, autore di una ricerca sui suoni e di una riscoperta di strumenti musicali del passato, tutte caratteristiche perfette per musicare un film muto del patrimonio cinematografico nazionale. È fondamentale preservare questo patrimonio e valorizzarlo affinché diventi un bene condiviso; è uno degli impegni che il Museo Nazionale del Cinema porta avanti da anni, recuperando sia capolavori conosciuti che opere orfane”.

Il film è stato restaurato dal Museo Nazionale del Cinema grazie al bando per la digitalizzazione del patrimonio culturale, indetto dal MIBACT nel 2017, ha creato presso la propria cineteca un laboratorio che permette il restauro e il trasferimento in DCP di gran parte delle pellicole conservate nell’archivio.

La moglie di Claudio (Italia 1918, 70’, b/n), tratto dal dramma La femme de Claude (1873) di Alexandre Dumas figlio, vede nel ruolo della moglie di Claudio, la femme fatale e diva per eccellenza del cinema muto torinese Pina Menichelli, qui nella sua ultima collaborazione con Giovanni Pastrone, impegnato nella supervisione alla regia. L’Itala Film realizza questo adattamento sul finire del primo conflitto mondiale. Attorno alla protagonista – donna priva di valori morali e sentimenti e moglie infedele – ruotano intrighi, spionaggio, passione, disonore, violenza e morte.

Ingresso euro 30.00 (intero), 20.00 (ridotto), prevendite aperte in cassa e on line.

Titane

Genere: horror, fantascienza

Anno: 2021
Regia: Julia Ducournau

Attori: Vincent Lindon, Agathe Rousselle, Garance Marillier, Lais Salameh

Sceneggiatura: Julia Ducournau

Fotografia: Ruben Impens

Montaggio: Jean-Christophe Bouzy

Paese: Francia, BelgioDurata: 108 min

Articolo disponibile anche su IlTermopolio

L’edizione numero 74 del Festival di Cannes passerà sicuramente alla storia per una moltitudine di motivi non necessariamente legati al mondo del cinema. La kermesse francese del 2021 ha segnato infatti il ritorno in scena di una delle manifestazioni più scintillanti dell’industria del cinema in tutte le sue più affascinanti e talvolta fameliche sfumature. Non sono mancate numerose polemiche per un programma che a molti è sembrato sovraffollato e non hanno mancato l’appuntamento con Cannes nemmeno alcuni piccoli grandi scandali. Proprio in tali termini, infatti, è stato da molti definito il film vincitore del premio più ambito, la Palma d’oro, che è finito tra le mani di Julia Ducournau per Titane dopo un altrettanto memorabile gaffe del presidente di giuria Spike Lee. Il titolo che ha sconvolto La Croisette tra mostruosità e progresso, però, è davvero così sconvolgente e rivoluzionario?

In seguito a un incidente stradale in cui è rimasta coinvolta in tenera età, Alexia (Agathe Rousselle) ha una piastra di titanio innestata nel lato destro del capo. Questa è solo la superficie di una cicatrice profonda, di un trauma indelebile causato da un padre sconsiderato il cui ruolo-ombra perseguiterà per sempre la ragazza. Dopo diversi anni, la giovane lavora come ballerina in un locale popolato da luccicanti macchine da corsa. Una sequenza di avvenimenti surreali e apparentemente slegati innescherà una nuova fuga di Alexia dalla sua realtà, giocando con ruoli, identità e legami anche attraverso l’incontro con Vincent (Vincent Lindon), vigile del fuoco che rivede in lei il figlio scomparso.

L’esordio alla regia in lungometraggio di Julia Durcournau nel 2016 è stato tra i più folgoranti degli ultimi anni. Grave, il suo primo horror dalle tinte sofisticate e quasi eleganti nella loro inquietudine, è infatti un gioiellino perfettamente equilibrato in ogni suo dettaglio. Titane, il titolo che ha portato la regista e sceneggiatrice francese sotto le luci della ribalta internazionale, è invece qualcosa di molto diverso. Dal suo predecessore eredita una cura quasi maniacale per i dettagli e in particolare per la fotografia ma, nel suo sviluppo, abbraccia compiaciuto una svolta ben più drastica nella narrazione, nello stile e nell’approccio ai temi di identità e affermazione. Interpretazioni viscerali, capaci di frantumare lo schermo, come quelle di Rousselle e Lindon diventano allora solo pedine in una storia rivoluzionaria negli intenti ma spregiudicatamente canonica nel suo passaggio su celluloide con idee minate da sogghignanti derive autoriali quanto venate da una collezione di immagini di un cinema già ben esplorato nell’immaginario di Lynch, Cronenberg e Refn.

La “mostruosità fluida” che ha fatto insistentemente capolino in molte dichiarazioni lontane dalla sala si dimostra in conclusione una macchinosa operazione, un insieme di ingranaggi ben progettati nei retroscena ma stridenti nella loro effettiva funzione. Titane scuote il pubblico costantemente, stordendolo e sfidandolo a distogliere lo sguardo da questa parabola della donna cyborg, lasciando tuttavia intravedere per tutta la sua durata le sue architetture. In poco meno di due ore, allora, la pellicola consuma tutto il suo carburante narrativo, giungendo a un finale che ormai non ha più nulla di aggiungere a una soffocante sfida all’eccesso che non riesce mai a trovare la scintilla giusta per esplodere.

Voto: 5
Recensione a cura di Federica Gaspari

Immagini tratte da:

www.imdb.com

www.iwonderpictures.com

No Time to Die

007 No Time to Die Poster

Genere: Azione, Avventura, Thriller

Anno: 2020 – 2021

Durata: 163 min

Regia: Cary Fukunaga

Cast: Daniel Craig, Ralph Fiennes, Rami Malek, Léa Seydoux, Naomie Harris, Ben Whishaw, Rory Kinnear, Jeffrey Wright, Dali Benssalah, Ana de Armas, Billy Magnussen, David Dencik, Lashana Lynch

Sceneggiatura: Neal Purvis, Robert Wade, Scott Z. Burns, Cary Fukunaga, Phoebe Waller-Bridge

Fotografia: Linus Sandgren

Montaggio: Tom Cross, Elliot Graham

Musica: Hans Zimmer

Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Eon Productions, Danjaq

Distribuzione: Universal Pictures

Paese: USA, Gran Bretagna

Articolo disponibile su IlTermopolio

No Time To Die è il lungo commiato di Daniel Craig a James Bond. Dopo quindici anni e cinque film di onorato servizio, lo 007 più longevo della storia del cinema cede il testimone a un collega ancora ignoto. Ma una cosa è certa, “James Bond tornerà”, lo assicura la didascalia al termine dei titoli di coda. Di fatto Bond pensava già di essere nel pieno godimento della sua pensione, se non che, il passato irrisolto ti insegue sempre, ovunque tu possa andare nel mondo, e finisce per farti tornare ancora in servizio per un’ultima missione.

Un cerchio che si chiude: con quest’ultimo film si porta a compimento quel processo di cambiamento che Craig ha introdotto per la prima volta nel personaggio. Il suo è un agente 007 più umano, fallibile, che invecchia, ha sentimenti, si scontra col proprio dolore. Si innamora. Un’evoluzione comunque rispettosa, che non si permette di snaturare un personaggio iconico che, dal 1962, porta al cinema generazioni di appassionati. Umano ma sempre sfrontato, arrogante, spericolato, amante delle belle donne. Di innata eleganza e fedele al suo drink Martini più che a qualsiasi donna. Difficile dire di più su No Time To Die senza rischiare di svelare segreti che spetta rivelare solo alla sala, ma un Bond bello così forse neanche ce lo aspettavamo, quasi il migliore della sua era.

Come James Bond, Daniel Craig rimane secondo solo a Sean Connery, che comunque lo stacca di poco. A convincere è l’intero cast su cui però spicca l’ormai amica Ana De Armas; bella più che mai, buca lo schermo e rimane impressa anche per la sua capacità di passare da un’assoluta leggerezza all’essere tostissima nel giro di un secondo. La sua scena è una sola, peccato, avrebbe meritato l’intero film, ma lei se la prende tutta, si rende protagonista. E’ comunque la componente femminile in generale che acquista spazio, inteso non solo come tempo scenico ma come spessore di personaggi, rimanendo però immune al femminismo becero. Sono donne con la licenza di essere belle e in gamba allo stesso tempo; di essere femminili ma anche delle vere combattenti. La presenza di una donna si fa sentire anche alla regia, sicuramente più ricca di complessità e di un tocco di tenerezza, senza che però vengano meno scene d’azione per le quali non si può che rendere onore agli stunts. Bellissima la fotografia, con riprese eccezionali che traggono vantaggio anche dalla suggestività di location come la nostra Matera, la città dei Sassi. Alle musiche un nome da poco come quello di Hans Zimmer. Unica pecca forse un Rami Malek inquietante ma poco sfruttato. Rispetto al passato, il suo è un cattivo piuttosto debole.

E’ un finale di serie che si è fatto attendere, che ha sofferto rinvii inevitabili, perché la distribuzione online in piena pandemia non era opportuna, non solo per necessità assoluta di grande schermo, ma anche per motivi di trama. Un finale col botto, inaspettato, che mixa azione e introspezione con pennellate di horror e noir. Certamente un po’ tanto lungo, ma in modo perdonabile. Un’uscita di scena in grande stile che lascia un’eredità difficilissima da raccogliere. In barba ai detrattori  di Craig.

Voto: 8
Recensione a cura di Matelda Giachi

Immagini:

www.cinema.everyeye.it

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www.007.com

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