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The French Dispatch

Genere: commedia
Anno: 2021
Durata: 108 min
Regia: Wes Anderson
Cast: Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Elisabeth Moss, Léa Seydoux, Bill Murray, Willem Dafoe, Christoph Waltz, Tilda Swinton, Benicio Del Toro, Frances McDormand, Rupert Friend, Owen Wilson, Adrien Brody, Alex Lawther, Anjelica Huston, Fisher Stevens, Jeffrey Wright, Jason Schwartzman, Henry Winkler, Lois Smith, Griffin Dunne, Mathieu Amalric, Denis Ménochet
Sceneggiatura: Wes Anderson
Fotografia: Robert D. Yeoman
Montaggio: Andrew Weisblum
Musica: Alexandre Desplat
Produzione: American Empirical Pictures, Indian Paintbrush, Studio Babelsberg
Distribuzione: Walt Disney Pictures
Paese: USA

Dopo essere stati al Grand Budapest Hotel nel 2014 e sull’Isola dei Cani nel 2018, con un anno di ritardo causa Covid, approdiamo nella fittizia cittadina francese di Ennui-sur-Blasé, alla redazione del French Dispatch, che ha appena perso il suo direttore (Bill Murray) e si riunisce per il necrologio e per un’edizione speciale che raccoglie i pezzi di maggior successo del giornale. Ecco che così il film si articola in quattro episodi: un viaggio in bicicletta attraverso i quartieri più malfamati della città per la cronaca cittadina; la storia di un pittore ergastolano e della sua musa per arte; il racconto di moti studenteschi per la politica e una storia di rapimenti e chef per la rubrica di cucina.

The French Dispatch è Wes Anderson all’ennesima potenza. Nel bene e nel male. Opera di enorme complessità, nasce come celebrazione del giornalismo e del cinema francese. Ma forse sarebbe più corretto dire come ringraziamento all’ispirazione che il New York Times ha fornito in anni e anni di letture, fatto che Anderson cita anche nei titoli di coda. Ma è l’uso libero della parola da parte dei giornalisti di questa redazione, a dispetto di “quello che dovrebbe essere” che è un vero omaggio ad una scrittura giornalistica quasi dimenticata. Esteticamente un trionfo, tra simmetrie studiate al millimetro, la fotografia ai limiti del maniacale, un alternarsi di bianco e nero e di immersione nel colore, rigorosamente in palette dei toni caldi del giallo e dell’autunno in generale, che lascia poi anche spazio a scene di animazione. Ha il suo tipico incedere favolistico, con una voce narrante di sottofondo che introduce i fatti; un’ambientazione eccentricamente quanto deliziosamente vintage.

L’”unica” cosa che uno dei più caratteristici registi del nostro tempo si è lasciato sfuggire in questa sua ricerca di perfezione è l’anima, l’aspetto emotivo. Scritturare un cast di eccellenze e poi non sfruttarne il potenziale è quasi un delitto. Opera come quasi sempre corale, il numero degli attori in campo è talmente ampio che citare nome per nome trasformerebbe la recensione in una lista della spesa. Ma tutto va estremamente veloce, tanto che la maggior parte dei protagonisti appare per poco più di un fotogramma e si distingue più per il trucco che per l’interpretazione, come fosse parte di un quadro piuttosto che di un’opera cinematografica. Poche sono le eccezioni a questo schema, tra le quali spicca sicuramente Benicio Del Toro nei panni dell’artista ergastolano del secondo episodio. Una velocità che si traduce a momenti come una rilettura di un giornale d’altri tempi eseguita con la superficialità del lettore odierno.

Si esce dal cinema ammirati, ispirati, affascinati… ma non emozionati.

Recensione a cura di Matelda Giachi
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 7

Immagini:

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www.vogue.it

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Ghostbusters: Legacy

La recensione di Ghostbusters: Legacy, sequel di Ghostbusters diretto da Jason Reitman, figlio del celebre regista autore dei primi due iconici capitoli. Obbiettivo centrato o flop?

Genere: azione, fantascienza
Anno: 2021
Durata: 2h 4 min
Regia: Jason Reitman
Sceneggiatura: Gil Kenan, Jason Reitman
Fotografia: Eric Steelberg
Scenografie: Francois Audouy
Musiche: Rob Simonsen
Montaggio: Dana E. Glauberman, Nathan Orloff
Casa di produzione: Columbia Pictures, Ghost Corps
Distribuzione: Warner Bros. Entertainment Ita
Paese: Stati Uniti
Cast: McKenna Grace, Finn Wolfhard, Carrie Coon, Paull Rudd

Molti di voi sentiranno l’urgenza di essere subito rassicurati: ma è brutto come il reboot al femminile del 2016? per fortuna no! Quell’avventato e goffo tentativo di ridare linfa a uno dei franchise più amati di sempre è acqua passata. Allora ci saranno riusciti? Sony e Columbia hanno fatto il miracolo? Non esattamente purtroppo. Oggi a condurre il timone di Ghostbusters Legacy è un figlio d’arte, uno che nell’universo degli acchiappa fantasmi c’è proprio nato. Stiamo parlando infatti del regista e cosceneggiatore del film Jason Reitman, figlio dell’originale regista della saga Ivan Reitman. Jason ha respirato Ghostbusters sin da quando era bambino, ma ha costruito una carriera sul cinema indie americano del tutto diversa dai blockbuster (Young Adult e Tully sono due gioielli): non arriva quindi a gestire un grande franchise come tanti suoi colleghi, promosso dalla Marvel di turno per sparire in una macchina più grande di lui. Sa di poterla guidare e sente la responsabilità di doverlo fare. Questa particolarità non può essere ignorata. Allora cos’è andato storto? Cosa non convince in questo nuovo capitolo?

Il film di Jason è pieno di indizi e riferimenti al passato, forse troppi. La legacy, ovvero l’eredità, di cui si parla nel titolo italiano è doppia. È quella dei protagonisti della storia che si trasferiscono nella fatiscente casa ereditata dal nonno nella provincia rurale americana ma è anche quella del regista che porta sulle spalle il peso di una pesante sfida. Reitman ci catapulta in un mondo contemporaneo con forti tinte anni ‘80. Di certo questo lungometraggio è più meditato, segue la continuity della saga e propone un’idea di “omaggio” più affine a quella che si aspetta uno spettatore affezionato allo storico primo capitolo dell’84. Riesce a rinnovare la leggenda degli acchiappa fantasmi trasportandola nel mondo di oggi e creando una forte connessione tra vecchio e nuovo pubblico. É divertente e commovente, pieno di ricordi e azione. Sembra un vero e proprio regalo per il padre Ivan, che pare si sia commosso dopo la prima visione insieme a Jason.

Con un piglio decisamente autoriale riesce inoltre a creare una sorta di ‘’filo di Arianna’’ tra lui e i nuovi protagonisti del film. Paul Rudd è un eccentrico professore e come al solito ci offre un’ottima prova. Ma la vera nota positiva e interessante è il talento della giovane Mckenna Grace che veste i panni di Phoebe, una Spengler rediviva, ironica e sfacciatamente pungente. Un personaggio scritto benissimo che ha una sua personalità ben definita. L’altro protagonista è Trevor, il fratello maggiore interpretato da Finn Wolfhard visto in Stranger Things, serie cult dei nostri tempi che in questo nuovo capitolo della saga è più che citata. Da qui vorrei partire proprio con la critica al Legacy di Reitman. Sarebbe stato impensabile rivivere i fasti e la magia del primo film ma non si può pensare di strutturare un progetto sul fan service più estremo e il ‘’festival’’ del revival anni ottanta. Riesce a gestire bene la difficilissima operazione quando gioca con i propri personaggi, che incarnano il suo percorso creativo, a mano a mano che il film prosegue  però le sue nuove idee perdono di vigore e non fanno altro che genuflettersi al passato. I continui rimandi alle atmosfere dei Goonies dopo una certa si fanno stucchevoli e il bisogno di essere benedetti dai protagonisti della ‘’vecchia saga’’ fa traballare il precario equilibrio che era riuscito a trovare. Le intenzioni ci sono, i risultati a intermittenza anche. Il miracolo non riesce. Il miracolo di convincerci che ci sia un vero futuro per questa saga purtroppo a nostro parere non riesce. Certi cult andrebbero lasciati in pace, andrebbero lasciati decantare nella nostra memoria insieme ai bellissimi ricordi impressi nella nostra mente.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 5

Link Immagini:

Locandina: MyMovies

Immagine1: Tom’s Hardwer

Immagine2: Variety

Immagine3: go nagai world

Strappare lungo i bordi

Genere: Serie Animata 
Anno: 2021
Episodi: 6
Durata: 15 min circa
Cast: Zerocalcare, Valerio Mastandrea
Produzione: Movimenti Production, BAO Publishing
Distribuzione: Netflix
Paese: Italia
Ideatore: Michele Rech (Zerocalcare)

“A un certo punto a me m’era venuta voglia, qualche anno fa, di provare a raccontare una storia invece che a fumetti, a cartoni. Un po’ perché mi piaceva l’idea che fosse un linguaggio molto diretto e molto accessibile. Poi mi accorgevo, quando facevo magari i cartoni scemi al volo a casa mia, che un video così veniva molto più guardato rispetto a un fumetto sullo stesso identico tema. Poi, siccome io sono un po’ maniaco del controllo, tendo a mettere, intorno alle vignette i testi di alcune canzoni o la nota musicale per cercare di suggerire quella che dovrebbe essere l’atmosfera o quello che suggerisco di ascoltare mentre si legge quel fumetto. Immagino che uno su un milione avrà ascoltato quella roba lì mentre leggeva il fumetto. Con la serie glielo puoi imporre, puoi praticamente controllare tutta quell’esperienza da quasi tutti i sensi e questa cosa qua mi sembrava figa”.

Così nasce Strappare Lungo i Bordi, la prima serie animata di Michele Reich, meglio noto come ZeroCalcare, distribuita a partire dal 17 novembre su Netflix. Siamo ricorsi alle stesse parole usate dall’autore in conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, perché, laddove anche la potente Netflix è subentrata solo per fornire mezzi senza intervenire sull’aspetto artistico, usare altre parole che non siano le sue pare quasi una violazione. ​

Sei episodi, dei primi due dei quali siamo stati fortunati spettatori in anteprima, della durata ciascuno di circa 15 min. Brevi; veloci; pieni. Procedono alla stessa velocità di un flusso di coscienza, prendendone a tratti anche il disordine. Non si fa in tempo a soffermarsi su un dubbio esistenziale o un concetto espresso che siamo già stati travolti da altri dieci, come da un fiume in piena. Il filo conduttore, la linea orizzontale che finirà di delinearsi solo con i successivi episodi, sembra essere un viaggio di cui sono protagonisti Zero con gli amici di sempre, Secco e Sarah. I personaggi sono tutti doppiati dall’autore stesso, l’intento è di rimandare ad un racconto tra amici, in cui si fanno le vocine e le imitazioni. Fa eccezione l’armadillo, a cui presta la voce Valerio Mastrandrea, “perché quello è la mia coscienza, quello che mi va sempre contro, quindi non poteva avere la voce mia”. Guardando Strappare Lungo i Bordi si ride, tanto. Zerocalcare ha esorcizzato i propri disagi, le insicurezze, e li ha tradotti nella propria forma d’arte. Ha fatto dei suoi fumetti una sorta di formula magica: ridendo dei suoi sketch si ride di se stessi perché tutti, fosse anche solo in qualche momento, ci siamo sentiti un po’ fuori posto, strani, incomprensibili per gli altri ma, a volte, anche per noi in prima persona. E in questa esperienza che ci porta a vederci un po’ da fuori, forse tutto appare un po’ meno tragico di come lo pensavamo; forse ci sentiamo un po’ meno soli.

Mentre risponde alle domande dei giornalisti e promuove la sua serie animata, la parlata di Michele è fluida ma lo sguardo è sempre basso; c’è una timidezza che non se n’è andata con il successo. Zerocalcare è uno dei più grandi fumettisti dei nostri tempi, ma è sempre uno di noi, individui imperfetti che cercano di seguire i bordi tratteggiati di questa vita con variabile destrezza.

Recensione a cura di Matelda Giachi
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 8

{Fine della recensione, parte una sigla musicale: è “Non Abbiam Bisogno di Parole”, di Ron. Guardando la serie capirete}

Immagini tratte da:
www.mymovies.it
www.smartworld.it
www.rbcasting.com
www-projectnerd.it
foto dell’autore

È stata la mano di Dio

Nelle sale dal 24 novembre distribuito da Lucky Red, È stata la mano di Dio racconta la parte più dolorosa della vita di Paolo Sorrentino. Ecco la nostra recensione sul film che l’Italia ha scelto per rappresentarla agli Oscar.

Genere: drammatico 
Anno: 2021
Durata: 130 min.
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Daria D’Antonio
Scenografie: Carmine Guarino
Musiche: Paolo Sorrentino
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Casa di produzione: The Apartment, Fremantle
Distribuzione: Netflix, Lucky Red
Paese: Italia
Cast: Filippo Scotti (Fabietto Schisa); Toni Servillo (Saverio Schisa); Teresa Saponangelo (Maria Schisa); Luisa Ranieri (Patrizia); Massimiliano Gallo (Franco); Enzo Decaro (San Gennaro); Lino Musella (Marittiello); Ciro Capano (Antonio Capuano).


Foto

È stata la mano di Dio si apre con una ripresa aerea del golfo di Napoli, una distesa di un azzurro selvaggio, libero, senza costrizioni. Il mare è uno dei simboli che torna maggiormente nel film: è al mare che ‘’Fabietto’’ vive alcuni dei suoi momenti più sereni, insieme alla famiglia che si immerge e ride insieme. È al mare che Fabio chiede un po’ di ristoro quando la tragedia si è ormai insinuata nella sua quotidianità. Ed è ancora contro il ruggito del mare, in un’alba che sembra in realtà un tramonto, che il ragazzino è chiamato a diventare adulto, tutto in un solo colpo. Perché il mare chiede attenzione, divora le tue aspirazioni e ti costringe a lottare per rimanere a galla. È stata la mano di Dio è il nono film di Paolo Sorrentino e arriva in sala il 24 novembre distribuito da Lucky Red per poi approdare su Netflix il 15 dicembre. E’ stata la mano di Dio è forse il film più bello del regista napoletano, il più commovente, il più maturo e il più personale.

Stavolta Paolo si mette a nudo, all’alba dei suoi cinquanta anni, raccoglie la sfida di un suo collega e decide di diventare Fabio. ‘’Ho fatto quello che ho potuto. Non credo di essere andato così male’’. Con la celebre frase di Diego Armando Maradona, sembra che il regista partenopeo ci metta il cuore e battute degne della migliore commedia all’italiana. È stata la mano di Dio è un film sul desiderio, sulla morte, ma anche uno spaccato di un decennio in cui Sorrentino tralascia in parte tutte le costruzioni visivo-ossessive del suo cinema. C’è lo spettro della voce di Fellini, e poi la presenza fondamentale di Antonio Capuano, che lo insulta e stimola, lo guida col suo sguardo solenne. C’è la commedia e il dramma, c’è tutto l’amore per il cinema, sua personale ancora di salvezza. La vera ‘grande bellezza’ è È stata la mano di Dio con attori che danno tutto il meglio tuffandosi in una storia privata, da Toni Servilo, Teresa Saponangelo, Renato Carpentieri e soprattutto la rivelazione Filippo Scotti, che a un certo punto non è più ‘Fabietto’ ma Fabio.

In un certo momento della vita, scoprire che uno può giocare con una realtà parallela che ti consente di fuggire per alcune ore da una realtà che consideri pesante è stata sicuramente una salvezza“. Il cinismo, il tradimento, la tragedia, la solitudine: sono tutti sentimenti che Sorrentino fa scoprire pian piano al suo protagonista, nel quale proietta se stesso e il suo periodo più buio, quello che lo ha portato a scavalcare il divario tra adolescenza ed età adulta in modo brusco, violento, spaventoso. E proprio perché la realtà è scadente, proprio perché nemmeno Maradona può salvare un ragazzo dalla rabbia e dalla tristezza, Fabio decide di inventarsi un proprio modo di raccontare ciò che vede. Proprio perché la realtà non funziona, il ragazzo decide di rifugiarsi in un sogno fatto di celluloide, che ha il nome di cinema. E a distanza di anni diventa un regista applaudito in tutto il mondo, un uomo vincitore del premio Oscar che si commuove quando riceve un premio al Festival di Venezia.

Il finale è un personalissimo ‘’amarcord’’ felliniano in cui la musica, che fino a quel momento era stata messa in disparte e che Sorrentino ha sempre utilizzato tanto, assume il ruolo di assoluta protagonista e sottolinea il magico momento che vede Fabio salutare Napoli e non poteva che essere la voce dell’eterno Pino Daniele a benedire con quelle bellissime parole, l’addio a una città dalla mille sfaccettature. Fabio diventa Paolo, che segue il suo destino e va a Roma, il resto della storia la conosciamo e ci sentiamo fortunati ad averla vissuta. 

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 9

Immagini tratte da:
Locandina -MyMovies
Immagine1 – SkyTg24
Immagine2 – Life&People Magazine
Immagine3 – ComingSoon

Antigone

Vincitore come miglior titolo nazionale al Toronto International Film Festival  nel settembre del 2019, presentato  alla Festa del Cinema di Roma, dove ha avuto il suo primo passaggio (entusiasta) italiano un mese dopo la proiezione canadese, arriva nelle nostre sale (con colpevole ritardo) la struggente pellicola di Sophie Deraspe.

Antigone - Locandina

Genere:  Drammatico
Anno: 2019
Durata: 109 min
Regia: Sophie Deraspe
Sceneggiatura: Sophie Deraspe
Fotografia: Sophie Deraspe
Musiche: Jad Orphée Chami, Jean Massicotte
Montaggio: Geoffrey Boulangé, Sophie Deraspe
Casa di produzione: ACPAV
Distribuzione: Lucky Red, Parthenos
Paese: Canada
Cast: Nahéma Ricci, Rawad El-Zein, Hakim Brahimi, Rachida Oussada

Non è mai semplice confrontarsi con i classici, tanto meno proporne adattamenti in chiave contemporanea che sappiano evitare di incorrere in soluzioni di cattivo gusto. La regista canadese Sophie Deraspe riprende l’omonima tragedia del grande drammaturgo greco, trasfigurando la Grecia di Sofocle nella Montreal dei nostri giorni e quindi aggiornando il canovaccio con i fatti e i temi più controversi e dibattuti della nostra epoca. Anche qui, tanto per cambiare, l’autrice canadese non si inventa nulla di nuovo, se è vero che nella trasfigurazione dei personaggi da ieri a oggi a prendere il posto del sodalizio originale è una famiglia di immigrati mediorientali costretta a espatriare in Canada dopo l’uccisione dei genitori, con ciò che ne consegue in termini di difficoltà d’integrazione nel mondo occidentale da parte dei nuovi arrivati. Manco a farlo apposta a capitalizzare le fortune narrative del film è uno degli schemi più utilizzati (e talvolta abusati) dal cinema contemporaneo, ovvero il rapporto di causa-effetto tra la mancata integrazione degli immigrati e gli episodi di radicalismo islamico a essa collegati. Di quest’ultimi sono accusati, in un rapido rovesciamento di fronte, i fratelli di Antigone, il maggiore dei quali viene ucciso dai colpi della polizia “assassina”, mentre il secondo scatena la pietra dello scandalo nel momento in cui Antigone, grazie a un abile travestimento, lo fa evadere dal carcere sostituendosi a lui.

Dunque Antigone parte da una doppia riconoscibilità che, da una parte richiama l’aderenza della storia al contesto sociale, politico e culturale dei nostri giorni e alle sue dinamiche, dall’altra si rifà a una delle tragedie classiche più note dell’universo ellenico. Succede però che invece di enfatizzare l’appartenenza dei contenuti alle fonti appena citate, Antigone fa di tutto per rivendicare un’autonomia di sguardo che lavora contemporaneamente in due direzioni. Quella più interessante riguarda la forma e, in particolare, la decisione non scontata a questi livelli di trasgredire la filologia in maniera da riproporne di certo lo spirito di responsabilità della protagonista, evitando però di cadere nella declamazione del testo e della cronologia degli avvenimenti che, quando presenti, vengono mimetizzati all’interno di un plot centrato sull’ostinazione della protagonista nel tenere fede alla responsabilità assunta nei confronti della propria famiglia, ovvero alla risoluzione di addossarsi fino all’ultimo le colpe del proprio atto di fronte alla legge. E poi il fatto di far coincidere la ribellione al sistema di Antigone e dei coetanei che a macchia d’olio decidono di sostenerne la causa con la mancanza di rispetto nei confronti del testo originale e della sua filologia.

Ma il cuore del film, quello che alla fine fa palpitare lo spettatore coinvolgendolo anima e corpo nella vicenda della protagonista è l’appassionata arringa con cui Antigone giustifica il proprio operato. A portala avanti sono le continue astrazione dell’autrice, soprattutto quando si tratta di dare conto della reazione del mondo giovanile agli appelli della protagonista, risolti nel rap visivo di fotografie, video e animazione e sopratutto la struggente interpretazione di Nahéma Ricci, capace di trascendere la tecnica per offrirsi anima e corpo  alla volitiva disperazione di chi è disposta a sacrificarsi per la vita degli altri. Lo slogan “me lo ha detto il cuore e non la ragione”, pronunciato dalla ragazza incarna nel migliore dei modi quella presa di coscienza delle nuove generazioni in atto in ogni parte del mondo.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 7

Immagini:

Locandina: MyMovies

Immagine1: MyMovies

Immagine2: SpettacoloMusicaSport

Immagine3: MovieMeter

Yaya e Lennie – The Walking Liberty: esce oggi per Full Heads Records la Colonna Sonora del film d’i Alessandro Rak

L’Original Soundtrack del terzo lungometraggio animato, prodotto da Mad Entertainment con Rai Cinema e distribuito nelle sale da Nexo Digital, è scritta, composta e prodotta artisticamente dal frontman dei Foja Dario Sansone con il producer Enzo Foniciello (in arte Phonix) e lo stesso regista del film Alessandro Rak.
La pubblicazione è stata preceduta dal nuovo singolo del gruppo Foja dal titolo “Duje comme nuje“, accompagnato da un video ufficiale con immagini inedite del film.

Guarda il nuovo videoclip del brano “Duje comme nuje” dei Foja estratto dal film:

La colonna sonora del film è disponibile negli store digitali dal 4 novembre, in concomitanza con l’uscita al cinema di “Yaya e Lennie – The Walking Liberty” (Mad Entertainment/Rai Cinema, distribuito nelle sale da Nexo Digital). L’opera segue il lavoro sonoro svolto da Dario Sansone già per i lungometraggi “L’Arte della Felicità” e “Gatta Cenerentola”. All’uscita della release digitale seguirà, il giorno 19 Novembre, una versione boxset a tiratura limitata. Il cofanetto, arricchito da tre Illustrazioni inedite di Alessandro Rak formato 25cmX25cm, contiene un CD serigrafato con quattordici tracce che compongono l’avvincente e ricca colonna sonora.


Tra gli interpreti dei brani ci sono i Foja, la cantante Ilaria Graziano, il chitarrista Francesco Forni, l’attore e doppiatore Francesco Pannofino, il trombettista Ciro Riccardi e il mandolinista Piero Gallo più due re-interpretazioni della Carmen di Georges Bizet. Le edizioni musicali sono a cura della Graf srl.
“La colonna sonora di “Yaya e Lennie – The walking liberty” – dichiarano Rak/Sansone/Foniciello – è un viaggio in bilico tra sonorità folk e incursioni di musica classica, tra le nostre radici partenopee e le musiche del mondo. Abbiamo tradotto in strumenti musicali e suoni gli elementi naturali ed i personaggi del film: la terra ci parla con cori primordiali e tamburi echeggianti, il vento soffia nei flauti e spinge le note fuori dall’armonica di Yaya, mentre gli archi accompagnano la tensione emotiva della storia e plettri ci raccontano l’animo di Lennie. La musica riemerge dal passato, nel folto di una giungla post-apocalittica, riportando alla memoria l’anima della nostra terra”.

Il cofanetto deluxe dell’O.S.T. “Yaya e Lennie – The walking liberty” sarà presentato il giorno 19 novembre con un firma-copie presso La Feltrinelli di Napoli (Piazza De Martiri ore 18) in presenza del regista A. Rak e degli autori D. Sansone ed E. Foniciello (Phonix)
E’ necessario prenotarsi.

Scopri di più sull’ultimo film di Mad Entertainment: leggi la nostra recensione di Yaya e Lennie – The Walking Liberty direttamente dal Locarno Film Festival!

Yaya e Lennie – The Walking Liberty

Yaya e Lennie - The Walking Liberty Locandina

Genere: avventura, animazione
Anno: 2021
Regia: Alessandro Rak
Voci: Ciro Priello, Fabiola Balestriere, Lina Sastri, Francesco Pannofino, Massimiliano Gallo, Tommaso Ragno, Fabrizio Botta
Sceneggiatura: Alessandro Rak
Fotografia: Alessandro Rak
Produzione: Mad Entertainment
Paese: Italia
Durata: 90 min

In che scenario si posiziona l’animazione italiana? Da anni si assiste a numerose riflessioni sul ruolo che questo genere e le rispettive tecniche rivestono nel panorama tricolore ma ancora non si assiste a una crescita convinta e sentita di produzioni di questo tipo. A Napoli, tuttavia, questo infinito universo di possibilità narrative sembra aver trovato la sua culla ideale. Dal 2010, infatti, lo studio partenopeo Mad Entertainment continua a rivoluzionare le prospettive sull’animazione con cortometraggi e film di qualità, ottenendo già nel 2013 un prestigioso riconoscimento agli European Film Awards. A undici anni dalla sua fondazione, lo studio torna in scena con un nuovo lungometraggio scritto e diretto da Alessandro Rak, Yaya e Lennie – The Walking Liberty. La 74esima edizione di Locarno Film Festival è diventata l’occasione per un’anteprima speciale sotto le stelle del mitico cinema all’aperto di Piazza Grande.

Yaya e Lennie sono due ragazzini uniti da un’intesa unica in cui emozioni e pensieri si completano. Sfuggiti al sistema di reclutamento di una misteriosa organizzazione futuristica, i protagonisti si avventurano alla ricerca di una nuova casa in un futuro non troppo lontano in cui Napoli e il mondo intero sono completamente ricoperte da una foresta impervia in cui si nascondano solo lontani ricordi di una civiltà consumata da catastrofi ecologiche. Attraverso incontri inaspettati e separazioni forzate, Yaya e Lennie scopriranno nuovi lati di loro stessi e troveranno nuove prospettive sul significato di libertà.

Il collettivo creativo napoletano Mad Entertainment dopo i grandi successi de L’arte della felicità e di Gatta Cenerentola torna in scena con un nuovo racconto capace di lasciare il segno nell’immaginario del cinema d’animazione italiano. Il duo protagonista composto da una ragazza determinata, coraggiosa e a tratti cocciuta e da un omone simpatico, tenero anche se un po’ ingenuo si rivolge a un pubblico ancora più ampio di quello dei precedenti film senza però perdere il tratto distintivo di casa Mad. Dopo una prima parte a tratti un po’ macchinosa nella costruzione del rapporto tra i due protagonisti, il regista Alessandro Rak insieme a tutta la squadra creativa compone un inno alla libertà di sognare, vivere e, sì, anche sbagliare grazie a una messa in scena ricca di dettagli e sequenze che sono vere e proprie chicche per tutti i cinefili. È impossibile, infatti, non citare, oltre alla scena con Il grande dittatore di Chaplin, quelle che vedono Yaya e Lennie danzanti in un cielo stellato che unisce incontenibile e gioiosa fantasia delle immagini a una cura tecnica e uno stile unico nel suo genere.

Il viaggio di questi due ragazzini in fuga da una società che li vorrebbe intrappolati in rigidi schemi in cui la diversità e la creatività non trovano spazio diventa anche un’occasione per sperimentare nuovi scenari e palcoscenici. Le ambientazioni urbane dei precedenti film, infatti, lasciano spazio ai forti contrasti di una natura apocalittica minacciata dall’avanzata di un’urbanizzazione soffocante e tossica. Due ordini di caos e prospettive del mondo, costantemente ritratti con cura appassionata e appassionante nelle luci e nei colori, si trovano così faccia a faccia, suggerendo allo spettatore di ogni età e background riflessioni tutt’altro che banali. Infine, l’ultima nota di merito va al cast delle voci, ognuna eccezionale a modo suo, in cui si distinguono l’insuperabile Lina Sastri e l’istrionico Francesco Pannofino.

Con poesia e un lucido sguardo sull’attualità, Yaya e Lennie – The Walking Liberty è senza dubbio la scelta giusta per regalare a un pubblico di ogni età e background un racconto avvincente, coinvolgente e soprattutto genuino da vivere sul grande schermo.

Recensione a cura di Federica Gaspari
Voto: 7 e mezzo
Pubblicata anche su IlTermopolio

Immagini tratte da:

Press Library Locarno Film Festival

Freaks Out

Dopo la metamorfosi sulle rive del Tevere di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot il cinema di Gabriele Mainetti alza l’asticella delle proprie ambizioni e firma un fantasy bellico che condensa tutto il suo cinema e le sue aspirazioni. Freaks Out lo trovate in sala dal 28 ottobre e non potete perderlo.

Genere: avventura, fantastico
Anno: 2021
Durata: 141 min
Regia: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Gabriele Mainetti, Nicola Guaglianone
Fotografia: Michele D’Attanasio
Scenografie: Massimiliano Sturiale
Musiche: Michele Braga, Gabriele Mainetti
Montaggio: Francesco di Stefano
Casa di produzione: Goon Films, Lucky Red, Rai Cinema, GapBusters
Distribuzione: 01 Distribution, Lucky Red
Paese: Italia, Belgio
Cast: Claudio Santamaria (Fulvio), Giorgio Tirabassi (Israel), Aurora Giovinazzo (Matilde), Pietro Castellitto (Cencio), Giancarlo Martini (Mario), Franz Rogowski (Franz).


Stavolta il regista Gabriele Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone danno vita a un’opera a metà tra Cari fottutissimi amici e l’armata Brancaleone. Una versione fantasiosa e postmoderna di un roadmovie nostrano che conferma il talento autoriale di Mainetti e ridà al cinema italiano nuova linfa e meraviglia. I superpoteri stavolta li hanno già i nostri quattro protagonisti di Freaks Out e a differenza del nostro amato Enzo Ceccotti non devono scegliere da che parte stare ma devono cercare di districarsi in mezzo a un mondo folle e privo di compassione. Fulvio, interpretato da Claudio Santamaria, è una possibile reincarnazione del protagonista del film precedente del regista. Ha il corpo ricoperto di peli e una forza fuori dal comune, ma il vero potere sta nella sua nobiltà d’animo. Matilde (Aurora Giovinazzo) ha l’elettricità come principale arma di difesa e gli occhi sognanti di una ragazzina alla disperata ricerca d’amore. Il nano Mario (Giancarlo Martini) è l’uomo-calamita, che grazie alla perfetta caratterizzazione del personaggio e alla professionalità di Martini sfugge a tutti i clichè, regalandoci un eroe a tutti gli effetti. Cencio (Pietro Castellitto) infine muove gli insetti e li illumina a suo piacimento e non lasciatevi ingannare dal suo cinismo e dalla sua lingua lunga. Tutti insieme sono i componenti del circo di Israel (Giorgio Tirabassi) e si stanno esibendo in uno spettacolo dove stanno tirando fuori il loro repertorio migliore. Ma la magia però finisce. Ci sono gli aerei e le esplosioni dei bombardamenti. Il gruppo sogna di fuggire in America ma Isreael sparisce. È scappato o è stato catturato? I quattro personaggi restano così soli a Roma che è occupata dai nazisti e dove si trova il ZirkusBerlin, un’attrazione diabolica gestita dalla follia del pianista Franz (Franz Rogowski) che non vede futuro per il Terzo Reich.

Quello di Matilde, Cencio, Mario e il nobile Fulvio è il più classico dei percorsi fatti di scoperta, sofferenza e rinascita. Il nostro team si dividerà e si ritroverà come nelle grandi epopee fantasy dominate dall’azione e dal coraggio, fino ad arrivare ai buoni sentimenti e a scontrarsi con la spietata crudeltà. Guaglianone si diverte a spargere manciate di cinema americano in tutto il film. Possiamo trovare riferimenti starwarsiani e sprazzi dei più moderni cinecomic. Tutto ovviamente in salsa italiana che non sconfina mai nel provincialismo e riesce a impastare tutti i riferimenti, i generi e le trovate estetiche del film per offrirci un universo narrativo fresco e pieno di personalità. Una Roma contemporaneamente sovrannaturale e realistica, fatata e ruvida, grazie alle scenografie di Massimiliano Sturiale (zeppe di omaggi a Fellini) e alla fotografia memorabile di Michele D’Attanasio (oggi, uno dei migliori in Italia). È un cinema sovraccarico, così appassionato da non avere il senso della misura.

Difatti lo spettatore più attento si accorgerà che tra primo, secondo e terzo atto i toni si fanno molto diversi tra loro e si tingono di follia, magia e persino violenza e spesso il tipo di approccio cinematografico mostratoci all’inizio del film non lega in maniera armonica. Forse il vero limite di Freaks Out risiede nella gestione dei tempi e talvolta non frena il cambiamento (o deformazione) dei suoi personaggi e finisce per perdere il controllo. Ma è anche un film pieno di illuminazioni, che trae la sua forza dall’entusiasmo dei suoi autori. La scrittura non sempre è definita e coinvolgente, alcuni momenti sono meno affascinanti ma alcune trovate come quella dello smartphone (unico simbolo della modernità) ci riconciliano col mondo visionario e ambizioso di Mainetti, capace con due soli film, di proiettare il nostro cinema in una dimensione mai esplorata.

La missione di questi due autori è appena iniziata: se con Jeeg si era tracciata una linea, con Freaks Out veniamo catapultati in uno spettacolo abbagliante di luci che spesso ci sorprende ma che a tratti ci lascia un senso laconico di mancanza. Purtroppo questo secondo lungometraggio di Mainetti accusa qualche problema a livello di ritmo e misure, e di tanto in tanto l’equilibrio del racconto ne risente nonostante l’eccellente prova di tutto il cast ma bisogna augurarsi più prodotti del genere, più opere ambiziose dirette da registi affamati dotati di una generosità totale e che sono pronti a dare tutto per amore del cinema. La passione che trasuda da ogni sequenza è la miglior risposta a qualsiasi polemica e che ci dovrebbe spingere a tenerci quanto più stretto possibile autori come Gabriele Mainetti e la crew. Correte a vederlo in sala e sostenete il cinema italiano, l’alba di un nuovo giorno ci attende e noi abbiamo già i posti in prima fila.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Pubblicata anche su IlTermopolio

Link Immagini:
Locandina: Movieplayer.it
Immagine1: RedCapes
Immagine2: TheHotCorn
Immagine3: ElMundo
Immagine4: RB Casting.com

Cuori

Questo nuovo medical drama romantico, ambientato negli anni ’60, racconta le vicende dei dottori del Reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Molinette, tra casi medici, triangoli amorosi, pregiudizi/discriminazioni ancora purtroppo attuali ed emancipazione femminile.

Cuori - Locandina

Titolo: “Cuori”
Paese: Italia
Anno: 2021
Genere: drammatico, in costume, medico, sentimentale
Stagioni: 1
Episodi: 16
Durata: 50 min (episodio)
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Mauro Casiraghi, Fabrizio Cestaro, Simona Coppini
Interpreti e personaggi: Daniele Pecci (Cesare Corvara), Matteo Martari (Alberto Ferraris), Pilar Fogliati (Delia Brunello), Andrea Gherpelli (Enrico Mosca), Marco Bonini (Ferruccio Bonomo), Neva Leoni (Serenella Rinaldi), Bianca Panconi (Virginia Corvara), Carola Stagnaro (Suor Fiorenza), Carmine Buschini (Fausto Alfieri), Benedetta Cimatti (Luisa Ferraris)

Domenica 17 ottobre è andata in onda la prima puntata di una nuova serie tv di genere medical drama “Cuori”. Siamo alla fine degli anni Sessanta. Cesare Corvara (Daniele Pecci), primario del Reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Le Molinette di Torino, mette insieme una squadra di ottimi medici per tentare un’impresa straordinaria: realizzare il primo trapianto di cuore della storia. I prescelti sono la dottoressa Delia Brunello (Pilar Fogliati), dotata di un orecchio assoluto con cui riesce ad individuare i problemi di cuore senza utilizzare strumenti, che torna in Italia dopo un praticantato di sei anni a Houston in America e il medico Alberto Ferraris (Matteo Martari), richiamato da un Istituto di Stoccolma. Delia ora è sposata con Corvara, ma in passato ha avuto una relazione molto importante con Alberto, che non l’hai dimenticata e questo triangolo amoroso movimenterà tutte le puntate.

Anche in questa fiction non c’è mai una gioia per i personaggi interpretati da Matteo Martari e Pilar Fogliati: se nella serie Tv “Un passo dal cielo” Pilar interpretava un’etologa che aveva un rapporto di amore/odio con l’ambiguo Maestro Albert Kroess (interpretato proprio da Martari) e tentava inutilmente di redimerlo, anche in questa nuova fiction il loro rapporto è messo a dura prova. Delia, inoltre, non ha solo problemi sentimentali, ma anche lavorativi. Essendo l’unico medico donna del reparto, gli altri dottori uomini non la vedono di buon occhio così come le suore che svolgono la professione di infermiere. I suoi colleghi non approvano il suo look “moderno” (minigonna, tacchi e camice slacciato), il suo carattere intraprendente e i suoi metodi “innovativi”. Anche i pazienti preferiscono un dottore uomo perché si sentono più tranquilli, ma Delia combatterà per farsi accettare senza mai cambiare il suo modo di essere. Malgrado l’ambientazione negli anni ’60, la serie quindi si conferma molto attuale perché ancora oggi le donne vengono ingiustamente discriminate sul posto di lavoro a causa di tanti pregiudizi. Altri punti di forza sono il cast molto affiatato e la ricostruzione storica, è tutto molto curato dalle scenografie ai costumi.

“Cuori” merita la visione. La prossima puntata si può guardare domenica 24 ottobre sempre su Rai 1 alle 21:25.

Recensione a cura di Vanessa Varini
Artivolo pubblicato originalmente su IlTermopolio

LA SERIE SI PUÒ RECUPERARE SU RAIPLAY:

https://www.raiplay.it/programmi/cuori

FOTO TRATTE DA:

https://style.corriere.it

Only Murders in the Building

Paese: Stati Uniti d’America

Anno: 2021

Genere: commedia

Episodi: 10

Durata: 30 min

Ideatori: John Hoffman, Steve Martin

Regia: Jamie Babbit, Gillian Robespierre, Don Scardino, Cherien Dabis

Cast: Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Aaron Dominguez, Amy Ryan

Chiunque negli ultimi cinque anni abbia avuto almeno un abbonamento a una piattaforma di streaming è stato anche inevitabilmente testimone dell’ondata di prodotti dell’universo true crime. Docu-serie e ricostruzioni più o meno faziose di misteri o omicidi un tempo relegate a emittenti tematiche di secondo livello negli anni hanno conquistato una fetta sempre più ampia di pubblico trasferendosi prima sui principali canali documentaristici e poi tra le scuderie dei colossi dello streaming o reti podcast. Solo quando Ryan Murphy ha davvero pensato e realizzato una serie antologica a storie criminali dal richiamo mediatico, il pubblico ha iniziato a realizzare davvero la portata di questo fenomeno su piccolo e grande schermo. Mentre le dinamiche sociali o psicologiche che hanno portato a questo restano ancora un mistero, qualcuno ha pensato di creare una serie in cui l’immaginario sipario tra scene del crimine e spettatori di true crime scompare, azzerando quella confortante distanza tra osservatore e fatti. Da questa intuizione di John Hoffman e Steve Martin – che si ritaglia anche un ruolo nella storia – nasce Only Murders in the Building, serie Hulu in dieci episodi che entra di diritto nel meglio di quanto è stato prodotto sul piccolo schermo nel 2021.

Un terribile omicidio sconvolge le vite di un gruppo di coinquilini di un elegante palazzo dell’Upper West Side. Le vite di quelli che, fino a poco tempo prima, erano poco più che sconosciuti iniziano a intrecciarsi e a trovare legami inaspettati. È il caso di Charles (Steve Martin), Oliver (Martin Short) e Mabel (Selena Gomez), tre vicini di casa molto diversi ma accumunati da una passione: quella per i podcast true crime. Da questo punto di contatto nasce quindi l’idea di registrare un nuovo podcast a puntate con cui documentare la risoluzione del crimine che ha avuto luogo nel loro palazzo.

Sono pochi, pochissimi, gli show in grado di riuscire a catturare lo sguardo e l’interesse dello spettatore sin dalla sigla della prima puntata. La quantità di serie tv che soddisfa il primo criterio diminuisce ancor più vertiginosamente se si è alla ricerca di una produzione capace di mantenere la promessa iniziale fino al suo finale (di serie o di stagione). Questa bizzarra creatura firmata Hulu riesce nell’impresa impossibile contro ogni aspettativa trovando un perfetto meccanismo a orologeria a metà tra mystery e commedia. Annunciata in sordina senza alcun clamore, Only Murders in the Building ha costruito il suo successo e la sua magia elemento dopo elemento, partendo dall’unica variabile cardine di ogni storia ben raccontata e sviluppata: un gruppo di protagonisti a tutto tondo, un cast di personalità e prospettive inedite e costantemente sorprendenti.

Steve Martin, dopo anni poco fortunati a livello di carriera, ritrova un ruolo eccezionale, misurato quanto perfettamente sincronizzato nei suoi tempi comici. Il suo Charles, attore di telefilm dal glorioso ma anche sbeffeggiato passato in tv, è il perfetto esempio di un’architettura di personaggi attentamente progettata a suon di battute e dialoghi autentici che riescono a valorizzare non solo i protagonisti ma un intero palazzo di personalità che compaiono in scena anche solo per pochi minuti. Intrecci e sviste diventano allora l’occasione perfetta per riuscire a raccontare con autenticità e rispetto figure tridimensionali in cui è facile identificarsi anche senza essere residenti in un’elegante appartamento dell’Arconian. Con questa intuizione e necessità ben definita sin dal primo episodio, la serie riesce a proporre rappresentazioni – al femminile e non – inedite o poco esplorate sullo schermo, sfuggendo a stereotipi e a escamotage collaudati ma giocandoci con frizzante ironia. Un’estetica curatissima nei dettagli ma mai pretenziosa e una riflessione quasi meta-televisiva sulla narrazione stessa completano una visione imperdibile già rinnovata per una seconda stagione. La promessa di un racconto delizioso nella sua disarmante e contagiosa semplicità verrà mantenuta anche per i prossimi episodi?

Voto: 8
Recensione a cura di Federica Gaspari

Immagini tratte da:

www.theguardian.com

www.rottentomatoes.com

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