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Antigone

Vincitore come miglior titolo nazionale al Toronto International Film Festival  nel settembre del 2019, presentato  alla Festa del Cinema di Roma, dove ha avuto il suo primo passaggio (entusiasta) italiano un mese dopo la proiezione canadese, arriva nelle nostre sale (con colpevole ritardo) la struggente pellicola di Sophie Deraspe.

Antigone - Locandina

Genere:  Drammatico
Anno: 2019
Durata: 109 min
Regia: Sophie Deraspe
Sceneggiatura: Sophie Deraspe
Fotografia: Sophie Deraspe
Musiche: Jad Orphée Chami, Jean Massicotte
Montaggio: Geoffrey Boulangé, Sophie Deraspe
Casa di produzione: ACPAV
Distribuzione: Lucky Red, Parthenos
Paese: Canada
Cast: Nahéma Ricci, Rawad El-Zein, Hakim Brahimi, Rachida Oussada

Non è mai semplice confrontarsi con i classici, tanto meno proporne adattamenti in chiave contemporanea che sappiano evitare di incorrere in soluzioni di cattivo gusto. La regista canadese Sophie Deraspe riprende l’omonima tragedia del grande drammaturgo greco, trasfigurando la Grecia di Sofocle nella Montreal dei nostri giorni e quindi aggiornando il canovaccio con i fatti e i temi più controversi e dibattuti della nostra epoca. Anche qui, tanto per cambiare, l’autrice canadese non si inventa nulla di nuovo, se è vero che nella trasfigurazione dei personaggi da ieri a oggi a prendere il posto del sodalizio originale è una famiglia di immigrati mediorientali costretta a espatriare in Canada dopo l’uccisione dei genitori, con ciò che ne consegue in termini di difficoltà d’integrazione nel mondo occidentale da parte dei nuovi arrivati. Manco a farlo apposta a capitalizzare le fortune narrative del film è uno degli schemi più utilizzati (e talvolta abusati) dal cinema contemporaneo, ovvero il rapporto di causa-effetto tra la mancata integrazione degli immigrati e gli episodi di radicalismo islamico a essa collegati. Di quest’ultimi sono accusati, in un rapido rovesciamento di fronte, i fratelli di Antigone, il maggiore dei quali viene ucciso dai colpi della polizia “assassina”, mentre il secondo scatena la pietra dello scandalo nel momento in cui Antigone, grazie a un abile travestimento, lo fa evadere dal carcere sostituendosi a lui.

Dunque Antigone parte da una doppia riconoscibilità che, da una parte richiama l’aderenza della storia al contesto sociale, politico e culturale dei nostri giorni e alle sue dinamiche, dall’altra si rifà a una delle tragedie classiche più note dell’universo ellenico. Succede però che invece di enfatizzare l’appartenenza dei contenuti alle fonti appena citate, Antigone fa di tutto per rivendicare un’autonomia di sguardo che lavora contemporaneamente in due direzioni. Quella più interessante riguarda la forma e, in particolare, la decisione non scontata a questi livelli di trasgredire la filologia in maniera da riproporne di certo lo spirito di responsabilità della protagonista, evitando però di cadere nella declamazione del testo e della cronologia degli avvenimenti che, quando presenti, vengono mimetizzati all’interno di un plot centrato sull’ostinazione della protagonista nel tenere fede alla responsabilità assunta nei confronti della propria famiglia, ovvero alla risoluzione di addossarsi fino all’ultimo le colpe del proprio atto di fronte alla legge. E poi il fatto di far coincidere la ribellione al sistema di Antigone e dei coetanei che a macchia d’olio decidono di sostenerne la causa con la mancanza di rispetto nei confronti del testo originale e della sua filologia.

Ma il cuore del film, quello che alla fine fa palpitare lo spettatore coinvolgendolo anima e corpo nella vicenda della protagonista è l’appassionata arringa con cui Antigone giustifica il proprio operato. A portala avanti sono le continue astrazione dell’autrice, soprattutto quando si tratta di dare conto della reazione del mondo giovanile agli appelli della protagonista, risolti nel rap visivo di fotografie, video e animazione e sopratutto la struggente interpretazione di Nahéma Ricci, capace di trascendere la tecnica per offrirsi anima e corpo  alla volitiva disperazione di chi è disposta a sacrificarsi per la vita degli altri. Lo slogan “me lo ha detto il cuore e non la ragione”, pronunciato dalla ragazza incarna nel migliore dei modi quella presa di coscienza delle nuove generazioni in atto in ogni parte del mondo.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Articolo pubblicato anche sul sito principale de IlTermopolio
Voto: 7

Immagini:

Locandina: MyMovies

Immagine1: MyMovies

Immagine2: SpettacoloMusicaSport

Immagine3: MovieMeter

Yaya e Lennie – The Walking Liberty: esce oggi per Full Heads Records la Colonna Sonora del film d’i Alessandro Rak

L’Original Soundtrack del terzo lungometraggio animato, prodotto da Mad Entertainment con Rai Cinema e distribuito nelle sale da Nexo Digital, è scritta, composta e prodotta artisticamente dal frontman dei Foja Dario Sansone con il producer Enzo Foniciello (in arte Phonix) e lo stesso regista del film Alessandro Rak.
La pubblicazione è stata preceduta dal nuovo singolo del gruppo Foja dal titolo “Duje comme nuje“, accompagnato da un video ufficiale con immagini inedite del film.

Guarda il nuovo videoclip del brano “Duje comme nuje” dei Foja estratto dal film:

La colonna sonora del film è disponibile negli store digitali dal 4 novembre, in concomitanza con l’uscita al cinema di “Yaya e Lennie – The Walking Liberty” (Mad Entertainment/Rai Cinema, distribuito nelle sale da Nexo Digital). L’opera segue il lavoro sonoro svolto da Dario Sansone già per i lungometraggi “L’Arte della Felicità” e “Gatta Cenerentola”. All’uscita della release digitale seguirà, il giorno 19 Novembre, una versione boxset a tiratura limitata. Il cofanetto, arricchito da tre Illustrazioni inedite di Alessandro Rak formato 25cmX25cm, contiene un CD serigrafato con quattordici tracce che compongono l’avvincente e ricca colonna sonora.


Tra gli interpreti dei brani ci sono i Foja, la cantante Ilaria Graziano, il chitarrista Francesco Forni, l’attore e doppiatore Francesco Pannofino, il trombettista Ciro Riccardi e il mandolinista Piero Gallo più due re-interpretazioni della Carmen di Georges Bizet. Le edizioni musicali sono a cura della Graf srl.
“La colonna sonora di “Yaya e Lennie – The walking liberty” – dichiarano Rak/Sansone/Foniciello – è un viaggio in bilico tra sonorità folk e incursioni di musica classica, tra le nostre radici partenopee e le musiche del mondo. Abbiamo tradotto in strumenti musicali e suoni gli elementi naturali ed i personaggi del film: la terra ci parla con cori primordiali e tamburi echeggianti, il vento soffia nei flauti e spinge le note fuori dall’armonica di Yaya, mentre gli archi accompagnano la tensione emotiva della storia e plettri ci raccontano l’animo di Lennie. La musica riemerge dal passato, nel folto di una giungla post-apocalittica, riportando alla memoria l’anima della nostra terra”.

Il cofanetto deluxe dell’O.S.T. “Yaya e Lennie – The walking liberty” sarà presentato il giorno 19 novembre con un firma-copie presso La Feltrinelli di Napoli (Piazza De Martiri ore 18) in presenza del regista A. Rak e degli autori D. Sansone ed E. Foniciello (Phonix)
E’ necessario prenotarsi.

Scopri di più sull’ultimo film di Mad Entertainment: leggi la nostra recensione di Yaya e Lennie – The Walking Liberty direttamente dal Locarno Film Festival!

Yaya e Lennie – The Walking Liberty

Yaya e Lennie - The Walking Liberty Locandina

Genere: avventura, animazione
Anno: 2021
Regia: Alessandro Rak
Voci: Ciro Priello, Fabiola Balestriere, Lina Sastri, Francesco Pannofino, Massimiliano Gallo, Tommaso Ragno, Fabrizio Botta
Sceneggiatura: Alessandro Rak
Fotografia: Alessandro Rak
Produzione: Mad Entertainment
Paese: Italia
Durata: 90 min

In che scenario si posiziona l’animazione italiana? Da anni si assiste a numerose riflessioni sul ruolo che questo genere e le rispettive tecniche rivestono nel panorama tricolore ma ancora non si assiste a una crescita convinta e sentita di produzioni di questo tipo. A Napoli, tuttavia, questo infinito universo di possibilità narrative sembra aver trovato la sua culla ideale. Dal 2010, infatti, lo studio partenopeo Mad Entertainment continua a rivoluzionare le prospettive sull’animazione con cortometraggi e film di qualità, ottenendo già nel 2013 un prestigioso riconoscimento agli European Film Awards. A undici anni dalla sua fondazione, lo studio torna in scena con un nuovo lungometraggio scritto e diretto da Alessandro Rak, Yaya e Lennie – The Walking Liberty. La 74esima edizione di Locarno Film Festival è diventata l’occasione per un’anteprima speciale sotto le stelle del mitico cinema all’aperto di Piazza Grande.

Yaya e Lennie sono due ragazzini uniti da un’intesa unica in cui emozioni e pensieri si completano. Sfuggiti al sistema di reclutamento di una misteriosa organizzazione futuristica, i protagonisti si avventurano alla ricerca di una nuova casa in un futuro non troppo lontano in cui Napoli e il mondo intero sono completamente ricoperte da una foresta impervia in cui si nascondano solo lontani ricordi di una civiltà consumata da catastrofi ecologiche. Attraverso incontri inaspettati e separazioni forzate, Yaya e Lennie scopriranno nuovi lati di loro stessi e troveranno nuove prospettive sul significato di libertà.

Il collettivo creativo napoletano Mad Entertainment dopo i grandi successi de L’arte della felicità e di Gatta Cenerentola torna in scena con un nuovo racconto capace di lasciare il segno nell’immaginario del cinema d’animazione italiano. Il duo protagonista composto da una ragazza determinata, coraggiosa e a tratti cocciuta e da un omone simpatico, tenero anche se un po’ ingenuo si rivolge a un pubblico ancora più ampio di quello dei precedenti film senza però perdere il tratto distintivo di casa Mad. Dopo una prima parte a tratti un po’ macchinosa nella costruzione del rapporto tra i due protagonisti, il regista Alessandro Rak insieme a tutta la squadra creativa compone un inno alla libertà di sognare, vivere e, sì, anche sbagliare grazie a una messa in scena ricca di dettagli e sequenze che sono vere e proprie chicche per tutti i cinefili. È impossibile, infatti, non citare, oltre alla scena con Il grande dittatore di Chaplin, quelle che vedono Yaya e Lennie danzanti in un cielo stellato che unisce incontenibile e gioiosa fantasia delle immagini a una cura tecnica e uno stile unico nel suo genere.

Il viaggio di questi due ragazzini in fuga da una società che li vorrebbe intrappolati in rigidi schemi in cui la diversità e la creatività non trovano spazio diventa anche un’occasione per sperimentare nuovi scenari e palcoscenici. Le ambientazioni urbane dei precedenti film, infatti, lasciano spazio ai forti contrasti di una natura apocalittica minacciata dall’avanzata di un’urbanizzazione soffocante e tossica. Due ordini di caos e prospettive del mondo, costantemente ritratti con cura appassionata e appassionante nelle luci e nei colori, si trovano così faccia a faccia, suggerendo allo spettatore di ogni età e background riflessioni tutt’altro che banali. Infine, l’ultima nota di merito va al cast delle voci, ognuna eccezionale a modo suo, in cui si distinguono l’insuperabile Lina Sastri e l’istrionico Francesco Pannofino.

Con poesia e un lucido sguardo sull’attualità, Yaya e Lennie – The Walking Liberty è senza dubbio la scelta giusta per regalare a un pubblico di ogni età e background un racconto avvincente, coinvolgente e soprattutto genuino da vivere sul grande schermo.

Recensione a cura di Federica Gaspari
Voto: 7 e mezzo
Pubblicata anche su IlTermopolio

Immagini tratte da:

Press Library Locarno Film Festival

Freaks Out

Dopo la metamorfosi sulle rive del Tevere di Enzo Ceccotti in Lo chiamavano Jeeg Robot il cinema di Gabriele Mainetti alza l’asticella delle proprie ambizioni e firma un fantasy bellico che condensa tutto il suo cinema e le sue aspirazioni. Freaks Out lo trovate in sala dal 28 ottobre e non potete perderlo.

Genere: avventura, fantastico
Anno: 2021
Durata: 141 min
Regia: Gabriele Mainetti
Sceneggiatura: Gabriele Mainetti, Nicola Guaglianone
Fotografia: Michele D’Attanasio
Scenografie: Massimiliano Sturiale
Musiche: Michele Braga, Gabriele Mainetti
Montaggio: Francesco di Stefano
Casa di produzione: Goon Films, Lucky Red, Rai Cinema, GapBusters
Distribuzione: 01 Distribution, Lucky Red
Paese: Italia, Belgio
Cast: Claudio Santamaria (Fulvio), Giorgio Tirabassi (Israel), Aurora Giovinazzo (Matilde), Pietro Castellitto (Cencio), Giancarlo Martini (Mario), Franz Rogowski (Franz).


Stavolta il regista Gabriele Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone danno vita a un’opera a metà tra Cari fottutissimi amici e l’armata Brancaleone. Una versione fantasiosa e postmoderna di un roadmovie nostrano che conferma il talento autoriale di Mainetti e ridà al cinema italiano nuova linfa e meraviglia. I superpoteri stavolta li hanno già i nostri quattro protagonisti di Freaks Out e a differenza del nostro amato Enzo Ceccotti non devono scegliere da che parte stare ma devono cercare di districarsi in mezzo a un mondo folle e privo di compassione. Fulvio, interpretato da Claudio Santamaria, è una possibile reincarnazione del protagonista del film precedente del regista. Ha il corpo ricoperto di peli e una forza fuori dal comune, ma il vero potere sta nella sua nobiltà d’animo. Matilde (Aurora Giovinazzo) ha l’elettricità come principale arma di difesa e gli occhi sognanti di una ragazzina alla disperata ricerca d’amore. Il nano Mario (Giancarlo Martini) è l’uomo-calamita, che grazie alla perfetta caratterizzazione del personaggio e alla professionalità di Martini sfugge a tutti i clichè, regalandoci un eroe a tutti gli effetti. Cencio (Pietro Castellitto) infine muove gli insetti e li illumina a suo piacimento e non lasciatevi ingannare dal suo cinismo e dalla sua lingua lunga. Tutti insieme sono i componenti del circo di Israel (Giorgio Tirabassi) e si stanno esibendo in uno spettacolo dove stanno tirando fuori il loro repertorio migliore. Ma la magia però finisce. Ci sono gli aerei e le esplosioni dei bombardamenti. Il gruppo sogna di fuggire in America ma Isreael sparisce. È scappato o è stato catturato? I quattro personaggi restano così soli a Roma che è occupata dai nazisti e dove si trova il ZirkusBerlin, un’attrazione diabolica gestita dalla follia del pianista Franz (Franz Rogowski) che non vede futuro per il Terzo Reich.

Quello di Matilde, Cencio, Mario e il nobile Fulvio è il più classico dei percorsi fatti di scoperta, sofferenza e rinascita. Il nostro team si dividerà e si ritroverà come nelle grandi epopee fantasy dominate dall’azione e dal coraggio, fino ad arrivare ai buoni sentimenti e a scontrarsi con la spietata crudeltà. Guaglianone si diverte a spargere manciate di cinema americano in tutto il film. Possiamo trovare riferimenti starwarsiani e sprazzi dei più moderni cinecomic. Tutto ovviamente in salsa italiana che non sconfina mai nel provincialismo e riesce a impastare tutti i riferimenti, i generi e le trovate estetiche del film per offrirci un universo narrativo fresco e pieno di personalità. Una Roma contemporaneamente sovrannaturale e realistica, fatata e ruvida, grazie alle scenografie di Massimiliano Sturiale (zeppe di omaggi a Fellini) e alla fotografia memorabile di Michele D’Attanasio (oggi, uno dei migliori in Italia). È un cinema sovraccarico, così appassionato da non avere il senso della misura.

Difatti lo spettatore più attento si accorgerà che tra primo, secondo e terzo atto i toni si fanno molto diversi tra loro e si tingono di follia, magia e persino violenza e spesso il tipo di approccio cinematografico mostratoci all’inizio del film non lega in maniera armonica. Forse il vero limite di Freaks Out risiede nella gestione dei tempi e talvolta non frena il cambiamento (o deformazione) dei suoi personaggi e finisce per perdere il controllo. Ma è anche un film pieno di illuminazioni, che trae la sua forza dall’entusiasmo dei suoi autori. La scrittura non sempre è definita e coinvolgente, alcuni momenti sono meno affascinanti ma alcune trovate come quella dello smartphone (unico simbolo della modernità) ci riconciliano col mondo visionario e ambizioso di Mainetti, capace con due soli film, di proiettare il nostro cinema in una dimensione mai esplorata.

La missione di questi due autori è appena iniziata: se con Jeeg si era tracciata una linea, con Freaks Out veniamo catapultati in uno spettacolo abbagliante di luci che spesso ci sorprende ma che a tratti ci lascia un senso laconico di mancanza. Purtroppo questo secondo lungometraggio di Mainetti accusa qualche problema a livello di ritmo e misure, e di tanto in tanto l’equilibrio del racconto ne risente nonostante l’eccellente prova di tutto il cast ma bisogna augurarsi più prodotti del genere, più opere ambiziose dirette da registi affamati dotati di una generosità totale e che sono pronti a dare tutto per amore del cinema. La passione che trasuda da ogni sequenza è la miglior risposta a qualsiasi polemica e che ci dovrebbe spingere a tenerci quanto più stretto possibile autori come Gabriele Mainetti e la crew. Correte a vederlo in sala e sostenete il cinema italiano, l’alba di un nuovo giorno ci attende e noi abbiamo già i posti in prima fila.

Recensione a cura di Salvatore Amoroso
Pubblicata anche su IlTermopolio

Link Immagini:
Locandina: Movieplayer.it
Immagine1: RedCapes
Immagine2: TheHotCorn
Immagine3: ElMundo
Immagine4: RB Casting.com

Cuori

Questo nuovo medical drama romantico, ambientato negli anni ’60, racconta le vicende dei dottori del Reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Molinette, tra casi medici, triangoli amorosi, pregiudizi/discriminazioni ancora purtroppo attuali ed emancipazione femminile.

Cuori - Locandina

Titolo: “Cuori”
Paese: Italia
Anno: 2021
Genere: drammatico, in costume, medico, sentimentale
Stagioni: 1
Episodi: 16
Durata: 50 min (episodio)
Regia: Riccardo Donna
Sceneggiatura: Mauro Casiraghi, Fabrizio Cestaro, Simona Coppini
Interpreti e personaggi: Daniele Pecci (Cesare Corvara), Matteo Martari (Alberto Ferraris), Pilar Fogliati (Delia Brunello), Andrea Gherpelli (Enrico Mosca), Marco Bonini (Ferruccio Bonomo), Neva Leoni (Serenella Rinaldi), Bianca Panconi (Virginia Corvara), Carola Stagnaro (Suor Fiorenza), Carmine Buschini (Fausto Alfieri), Benedetta Cimatti (Luisa Ferraris)

Domenica 17 ottobre è andata in onda la prima puntata di una nuova serie tv di genere medical drama “Cuori”. Siamo alla fine degli anni Sessanta. Cesare Corvara (Daniele Pecci), primario del Reparto di cardiochirurgia dell’ospedale Le Molinette di Torino, mette insieme una squadra di ottimi medici per tentare un’impresa straordinaria: realizzare il primo trapianto di cuore della storia. I prescelti sono la dottoressa Delia Brunello (Pilar Fogliati), dotata di un orecchio assoluto con cui riesce ad individuare i problemi di cuore senza utilizzare strumenti, che torna in Italia dopo un praticantato di sei anni a Houston in America e il medico Alberto Ferraris (Matteo Martari), richiamato da un Istituto di Stoccolma. Delia ora è sposata con Corvara, ma in passato ha avuto una relazione molto importante con Alberto, che non l’hai dimenticata e questo triangolo amoroso movimenterà tutte le puntate.

Anche in questa fiction non c’è mai una gioia per i personaggi interpretati da Matteo Martari e Pilar Fogliati: se nella serie Tv “Un passo dal cielo” Pilar interpretava un’etologa che aveva un rapporto di amore/odio con l’ambiguo Maestro Albert Kroess (interpretato proprio da Martari) e tentava inutilmente di redimerlo, anche in questa nuova fiction il loro rapporto è messo a dura prova. Delia, inoltre, non ha solo problemi sentimentali, ma anche lavorativi. Essendo l’unico medico donna del reparto, gli altri dottori uomini non la vedono di buon occhio così come le suore che svolgono la professione di infermiere. I suoi colleghi non approvano il suo look “moderno” (minigonna, tacchi e camice slacciato), il suo carattere intraprendente e i suoi metodi “innovativi”. Anche i pazienti preferiscono un dottore uomo perché si sentono più tranquilli, ma Delia combatterà per farsi accettare senza mai cambiare il suo modo di essere. Malgrado l’ambientazione negli anni ’60, la serie quindi si conferma molto attuale perché ancora oggi le donne vengono ingiustamente discriminate sul posto di lavoro a causa di tanti pregiudizi. Altri punti di forza sono il cast molto affiatato e la ricostruzione storica, è tutto molto curato dalle scenografie ai costumi.

“Cuori” merita la visione. La prossima puntata si può guardare domenica 24 ottobre sempre su Rai 1 alle 21:25.

Recensione a cura di Vanessa Varini
Artivolo pubblicato originalmente su IlTermopolio

LA SERIE SI PUÒ RECUPERARE SU RAIPLAY:

https://www.raiplay.it/programmi/cuori

FOTO TRATTE DA:

https://style.corriere.it

Only Murders in the Building

Paese: Stati Uniti d’America

Anno: 2021

Genere: commedia

Episodi: 10

Durata: 30 min

Ideatori: John Hoffman, Steve Martin

Regia: Jamie Babbit, Gillian Robespierre, Don Scardino, Cherien Dabis

Cast: Steve Martin, Martin Short, Selena Gomez, Aaron Dominguez, Amy Ryan

Chiunque negli ultimi cinque anni abbia avuto almeno un abbonamento a una piattaforma di streaming è stato anche inevitabilmente testimone dell’ondata di prodotti dell’universo true crime. Docu-serie e ricostruzioni più o meno faziose di misteri o omicidi un tempo relegate a emittenti tematiche di secondo livello negli anni hanno conquistato una fetta sempre più ampia di pubblico trasferendosi prima sui principali canali documentaristici e poi tra le scuderie dei colossi dello streaming o reti podcast. Solo quando Ryan Murphy ha davvero pensato e realizzato una serie antologica a storie criminali dal richiamo mediatico, il pubblico ha iniziato a realizzare davvero la portata di questo fenomeno su piccolo e grande schermo. Mentre le dinamiche sociali o psicologiche che hanno portato a questo restano ancora un mistero, qualcuno ha pensato di creare una serie in cui l’immaginario sipario tra scene del crimine e spettatori di true crime scompare, azzerando quella confortante distanza tra osservatore e fatti. Da questa intuizione di John Hoffman e Steve Martin – che si ritaglia anche un ruolo nella storia – nasce Only Murders in the Building, serie Hulu in dieci episodi che entra di diritto nel meglio di quanto è stato prodotto sul piccolo schermo nel 2021.

Un terribile omicidio sconvolge le vite di un gruppo di coinquilini di un elegante palazzo dell’Upper West Side. Le vite di quelli che, fino a poco tempo prima, erano poco più che sconosciuti iniziano a intrecciarsi e a trovare legami inaspettati. È il caso di Charles (Steve Martin), Oliver (Martin Short) e Mabel (Selena Gomez), tre vicini di casa molto diversi ma accumunati da una passione: quella per i podcast true crime. Da questo punto di contatto nasce quindi l’idea di registrare un nuovo podcast a puntate con cui documentare la risoluzione del crimine che ha avuto luogo nel loro palazzo.

Sono pochi, pochissimi, gli show in grado di riuscire a catturare lo sguardo e l’interesse dello spettatore sin dalla sigla della prima puntata. La quantità di serie tv che soddisfa il primo criterio diminuisce ancor più vertiginosamente se si è alla ricerca di una produzione capace di mantenere la promessa iniziale fino al suo finale (di serie o di stagione). Questa bizzarra creatura firmata Hulu riesce nell’impresa impossibile contro ogni aspettativa trovando un perfetto meccanismo a orologeria a metà tra mystery e commedia. Annunciata in sordina senza alcun clamore, Only Murders in the Building ha costruito il suo successo e la sua magia elemento dopo elemento, partendo dall’unica variabile cardine di ogni storia ben raccontata e sviluppata: un gruppo di protagonisti a tutto tondo, un cast di personalità e prospettive inedite e costantemente sorprendenti.

Steve Martin, dopo anni poco fortunati a livello di carriera, ritrova un ruolo eccezionale, misurato quanto perfettamente sincronizzato nei suoi tempi comici. Il suo Charles, attore di telefilm dal glorioso ma anche sbeffeggiato passato in tv, è il perfetto esempio di un’architettura di personaggi attentamente progettata a suon di battute e dialoghi autentici che riescono a valorizzare non solo i protagonisti ma un intero palazzo di personalità che compaiono in scena anche solo per pochi minuti. Intrecci e sviste diventano allora l’occasione perfetta per riuscire a raccontare con autenticità e rispetto figure tridimensionali in cui è facile identificarsi anche senza essere residenti in un’elegante appartamento dell’Arconian. Con questa intuizione e necessità ben definita sin dal primo episodio, la serie riesce a proporre rappresentazioni – al femminile e non – inedite o poco esplorate sullo schermo, sfuggendo a stereotipi e a escamotage collaudati ma giocandoci con frizzante ironia. Un’estetica curatissima nei dettagli ma mai pretenziosa e una riflessione quasi meta-televisiva sulla narrazione stessa completano una visione imperdibile già rinnovata per una seconda stagione. La promessa di un racconto delizioso nella sua disarmante e contagiosa semplicità verrà mantenuta anche per i prossimi episodi?

Voto: 8
Recensione a cura di Federica Gaspari

Immagini tratte da:

www.theguardian.com

www.rottentomatoes.com

TFF39 – “Sing 2” di Garth Jennings apre la 39esima edizione di Torino Film Festival

Sarà l’anteprima internazionale di SING 2 – Sempre più forte ad aprire il 26 novembre 2021 il 39° Torino Film Festival.

Scritto e diretto nuovamente da Garth Jennings (Guida galattica per autostoppisti, 2005; Son of Rambow – Il figlio di Rambo, 2007; Sing, 2016) Sing 2 è una coloratissima commedia musicale d’animazione, sequel dell’omonimo film di successo, Sing, che vedeva un gruppo di animali organizzare una gara canora così da riportare il Moon Theatre al suo vecchio splendore e salvarlo dalla chiusura. Garth Jennings sarà presente a Torino per la presentazione ufficiale del film in occasione del festival.

Sing 2 - Garth Jennings al Torino Film Festival 2021

Come nelle favole morali di Esopo e nella grande letteratura di tutti i tempi – dichiara il direttore del Torino Film Festival Stefano Francia di Celle – gli animali del genio di Garth Jennings scavano nelle profondità psicologiche dei tipi umani esaltando e stigmatizzando tutte le sfumature dell’animo. Permettendo agli spettatori di tutte le età di immedesimarsi nella travolgente sfida per smarcarsi dalla mediocrità e saper esprimere il proprio talento in modo libero e creativo. Un perfetto inizio per il nostro TFF che vuole spronare la creatività dei giovani, degli autori indipendenti e di chi è alla ricerca di una sua identità artistica”.

“Finalmente il Torino Film Festival torna nelle sale e inaugurare con un film come Sing 2 è un bel modo di festeggiare, dopo l’edizione solo online dello scorso anno – sottolineano Enzo Ghigo e Domenico De Gaetano, rispettivamente presidente e direttore del Museo Nazionale del Cinema. Sarà bello vedere l’entusiasmo del pubblico e degli addetti ai lavori, che sapranno farsi trasportare dalla travolgente allegria e simpatia dei protagonisti di questa spumeggiante commedia musicale d’animazione”.

“Dopo aver finito Sing 2racconta Garth Jennings, regista del film – mi rendo conto che le nostre ambizioni per il film sono sempre state molto allineate con quelle del nostro amato protagonista Buster Moon: raggiungere le stelle e dare al pubblico la più meravigliosa, la più strabiliante e più sentita celebrazione del cinema e della musica possibile. Non potremmo essere più orgogliosi del nostro film e siamo tutti felici di portare Sing 2 al Torino Film Festival.”

In Sing 2 i protagonisti dovranno abbandonare il Moon Theatre per esibirsi sul palco di una grande città. Il film segue sempre le imprese del koala Buster Moon e del suo cast, che ora deve concentrarsi sul debutto di un nuovo spettacolo al Crystal Tower Theatre nella luccicante Redshore City. I protagonisti dovranno anche intraprendere una missione per trovare la leggenda del rock Clay Calloway e convincerlo a tornare sul palco.

Nella versione originale il koala Buster è interpretato dal vincitore Oscar® Matthew McConaughey, Reese Witherspoon presta la sua voce alla maialina Rosita, Scarlett  Johansson alla porcospina rocker Ash,  mentre il serioso gorilla Johnny avrà la voce di Taron Egerton, il timido elefante Meena quella di  Tory Kelly, il provocatorio porcellino Gunter di Nick Kroll. A interpretare la leggenda del rock, il leone Clay Calloway sarà invece Bono.

Il cast delle voci italiane è composto dal comico e attore Frank Matano che presterà la voce al personaggio di Darius. Nel cast anche due giovani talenti, Jenny De Nucci, stella in ascesa, attrice, content creator, adorata dal pubblico giovane e meno giovane. Lei doppierà Porsha, una trendsetter, ballerina e cantante che non vede l’ora di brillare sul palco del nuovo spettacolo ideato da Buster Moon.

Valentina Vernia, TikTok star e ballerina, proprio come il personaggio a cui presterà la voce, ha conquistato il cuore dei più giovani dopo aver partecipato al talent AMICI. Valentina AKA Banana sarà la voce della strepitosa Nooshy che farà anche da coach a Johnny. A completare gli assi dei doppiatori ci sarà anche Zucchero “Sugar” Fornaciari, una delle voci italiane più celebri e riconoscibili nel mondo, che riflette perfettamente il personaggio a cui andrà a prestare la voce, l’iconica rock star Clay Calloway.

Prodotto da Illumination Entertainment Sing 2 uscirà nelle sale italiane il 23 dicembre 2021 distribuito da Universal Pictures International Italy.

The Last Duel

Presentato fuori concorso al Festival di Venezia 2021, il nuovo film del regista inglese è basato su eventi realmente accaduti, e racconta della genesi dell’ultimo duello della storia di Francia dal punto di vista dei tre protagonisti: due ex amici e una donna vittima di violenza.

The Last Duel - Poster

Genere: drama, storico
Anno: 2021
Durata: 152 min
Regia: Ridley Scott
Sceneggiatura: Matt Damon, Ben Affleck, Nicole Holofcener
Fotografia: Dariusz Wolski
Musiche: Harry Gregson Williams
Montaggio: Claire Simpson
Distribuzione: 20th Century Fox, Walt Disney Studios
Paese: Stati Uniti, Regno Unito
Cast: Matt Damon, Ben Affleck, Jodie Comer, Adam Driver

La maestosa sequenza d’apertura, dedicata al montaggio parallelo della vestizione corazzata dei due contendenti a duello e alla preparazione della mise di Lady Marguerite che vi assisterà dagli spalti, potrebbe ingannare chi ha creduto di intuire in questo nuovo film di Ridley Scott un ritorno alle origini del suo mitologico esordio I duellanti. L’idea alla base di The Last Duel non pare così originale. Però questa volta i tre punti di vista servono per raccontare la validità di uno solo tra essi. Quello di una donna. La vicenda  raccontata nel film è basata su eventi storici realmente accaduti, è quella che ha condotto all’ultimo Duello di Dio un duello autorizzato dalla legge, ovvero dal Re, e con valore legale nella storia della Francia: quello combattuto a Parigi il 29 dicembre 1386 da Jean de Carrouges e Jacques Le Gris, due cavalieri e combattenti un tempo amici e successivamente diventati acerrimi rivali. Non fu però la loro rivalità, alla base del duello, quanto il fatto che Marguerite, moglie di Carrouges, accusò Le Gris di averla stuprata mentre il marito era assente.

Photo credit: Patrick Redmond

La sceneggiatura di Matt Damon (Carrouges)e Ben Affleck (il principe Pierre), scritta insieme a Nicole Holofcener sul romanzo omonimo di Eric Jager, subisce con ogni evidenza il fascino delle operazioni televisive “complesse” di questa generazione, Holofcener è d’altronde soprattutto una scrittrice per la tv, dove il Medio Evo è ormai una dimensione precisamente canonizzata. La struttura che riavvolge per ben tre volte la vicenda narrata, alternando i punti di vista dei due scudieri e della donna, non è insomma un omaggio a Rashomon quanto a serie dalla narrazione particolare come la capostipite The Affair. Ridley Scott dimostra così di essere cineasta che non ha perso il polso sul presente, non solo dal punto di vista linguistico ma anche di attenzione ai temi. Nonostante il processo possa portare alla morte in duello per il marito Jean e la donna ad essere poi efferatamente giustiziata in pubblico in quanto millantatrice, la Marguerite della britannica Jodie Comer mostra infatti la volontà ferrea di chiedere giustizia per la violenza sessuale subita dal libertino Jacques Le Gris (Adam Driver), in un tempo in cui la sposa era “proprietà privata” dell’uomo. E’ chiara la metafora sul nostro presente in cui le riflessioni portate avanti dai movimenti “di genere” sostengono la necessità di “credere sulla parola” alle donne che rivelano il proprio essere state abusate, anche in assenza di prove.

Il racconto epico e cavalleresco, le grandiose scene di battaglia, l’azione cupa e convulsa, le ricostruzioni della vita di corte e di provincia della Francia dell’epoca, lo scenario della storia: tutto è messo in scena unicamente per supportare con la spettacolarità del cinema una vicenda che mette in mostra, e alla berlina, un maschile che a dispetto delle differenze evidenti tra i due protagonisti è comunque violento, rude, insensibile. E un femminile, non tanto incompreso quanto non considerato, che viene schiacciato e umiliato, ridotto a orpello, sfogo sessuale, oggetto di violenza.
Sia Damon che Driver dichiarano, ognuno a suo modo, il loro grande amore per la Comer. Entrambi, in modi diversi, non ne hanno alcun rispetto, alcuna reale considerazione.
Perfino il duello, alla fine dei conti, è una questione di ego maschile, e non di un reato commesso su una donna. Per chi già storce il naso e pensa che sia l’ennesima operazione hollywoodiana che inneggia al politicamente corretto si sbaglia di grosso, di certo un po’ di movimento MeToo viene portato nel XIV secolo ma la mano esperta di Scott si concentra sui corpi e sull’espressioni cariche di passione e risentimento dei protagonisti. Un tipo di cinema già visto, che a tratti sfiora la ridondanza, ma che si lascia guardare volentieri e ci conquista per l’impeccabile realizzazione.

Voto: 7,5
Recensione a cura di Salvatore Amoroso


Torino Film Festival 2021: Torna la sezione “Le stanze di Rol”

La 39esima edizione del Torino Film Festival scalda i motori con i primi annunci e alcune piacevoli riconferme. Dopo il successo del 2020, anche quest’anno, infatti, tornerà in scena “Le stanze di Rol” che il suo curatore Pier Maria Bocchi definisce come “una zona franca con un solo credo: che il cinema, il più libero, il meno addomesticato, il più temerario, è un segno di vita, e per questo motivo rifiuta per natura qualunque forma di oscurantismo. Le stanze di Rol evita gli stereotipi e le scelte più scontate, vuole inseguire l’eccellenza e dare del genere un’immagine non omologata.”. Quest’anno la sezione vedrà la Mediapartnership di Rai4: ogni proiezione sarà preceduta da un teaser a cura della Direzione Creativa Rai per Rai4, e due puntate del programma Wonderland saranno dedicate specificatamente alla sezione.

Dopo il tentativo di riflettere sulle ‘immagini del genere con la selezione della scorsa edizione, quest’anno la scelta è caduta su titoli più schietti e ‘diretti, perché, come sottolinea Pier Maria Bocchi, curatore della sezione, “mi è parso che il genere ‘nudo e puro’ dimostrasse uno straordinario stato di salute. Nello stesso tempo, però, ho cercato tracce di genere in film che, in superficie, difficilmente verrebbero etichettati come tali, poiché sono convinto che il genere sia in grado di contaminare altri generi, inquinarli e trasformarli. Ciò significa forza, libertà e ricerca, ed è a partire da questi tre ‘movimenti’ che ho sempre pensato che la sezione debba prendere la sua forma, le sue fattezze e il suo scopo”.

Torino Film Festival 2021 Le Stanze di Rol - The Strings

“C’è un passaggio segreto che dal ‘paese delle meraviglie’ conduce all’interno delle Stanze di Rol – racconta Leopoldo Santovincenzo, autore del magazine Wonderland. Tra Rai 4, con il suo magazine Wonderland, e la sezione del Torino Film Festival si apre oggi un dialogo ideale alla luce della comune frequentazione di un immaginario che non contempla etichette né steccati, disponibile alle più imprevedibili avventure, sul grande come sul piccolo schermo. Un primo assaggio di questa collaborazione arriverà lunedì 29 novembre, su Rai 4, con due film in Prima Visione Assoluta inclusi nella selezione 2020 delle Stanze di Rol: Lucky di Natasha Kermani e The Dark and the Wicked di Bryan Bertino”.

Torino Film Festival 2021 - Le Stanze di Rol - Raging Fire

“La figura e le gesta di Gustavo Adolfo Rol ispirano per la seconda volta la sezione dedicata a opere inedite di autori che esplorano mondi paralleli della psiche, dello spazio e del tempo – dichiara Stefano Francia di Celle, direttore del Torino Film Festival. Per accogliere un cinema illuminato che offre uno squarcio vertiginoso sulle aspirazioni, sui sogni e sulle angosce dell’umanità contemporanea. Le stanze di Rol sono un elemento fondamentale della proposta complessiva del Torino Film Festival perché rappresentano un controcanto sottile o assordante alle altre forme di narrazione e di interpretazione della realtà delle altre sezioni. Sono molto felice del fatto che Rai 4 sia da quest’anno con noi per avventurarsi nel sentiero cinematografico dello stupore e dello sconcerto”.

I film in programma:

Coming Home in the Dark James Ashcroft, Nuova Zelanda, 2021; distribuzione italiana Koch | Anteprima italiana. Film di apertura della sezione.

Bull di Paul Andrew Williams UK, 2021 | Anteprima italiana.

Extraneous Matter – Complete Edition di Kenichi Ugana, Giappone, 2021 | Anteprima italiana.

Inmersión di Nic Postiglione, Cile, 2021 | Anteprima mondiale.

Mlungu wam – Good Madam di Jenna Cato Bass, Sud Africa, 2021 | Anteprima europea.

Offseason di Mickey Keating, USA, 2021 | Anteprima italiana.

Los plebes di Eduardo Giralt, Emmanuel Massu, Messico, 2021 | Anteprima internazionale.

Raging Fire di Benny Chan, Hong Kong-Cina 2021; distribuzione italiana Koch Media, in collaborazione con FEFF – Far East Film Festival | Anteprima italiana.

Ste. Anne di Rhayne Vermette, Canada, 2021 | Anteprima italiana.

The Strings di Ryan Glover, USA, 2020 | Anteprima italiana.

What Josiah Saw di Vincent Grashaw, USA, 2021 | Anteprima europea.

L’angelo dei muri di Lorenzo Bianchini, Italia, 2021; distribuzione italiana Tucker Film | Anteprima mondiale. Film di chiusura della sezione.

Respect

Genere: biografico, drammatico, musicale
Anno: 2021
Regia: Liesl Tommy
Attori: Jennifer Hudson, Forest Whitaker, Marlon Wayans, Audra McDonald, Marc Maron, Tituss Burgess, Mary J. Blige, Tate Donovan
Sceneggiatura: Tracey Scott Wilson
Fotografia: Kramer Morgenthau
Montaggio: Avril Beukes
Paese: Stati Uniti, Canada
Durata: 145 min

Lasciati alle spalle i più importanti festival di fine estate, la stagione cinematografica sembra già aver definito i titoli e soprattutto i nomi dei suoi front runner nella corsa per i grandi premi. A pochi mesi dalla fine del 2021, infatti, è già tempo di pronostici, di piccole grandi scommesse costruite su quanto osservato tra le sale festivaliere e non solo. Le scorse settimane tra Locarno, Venezia e Toronto, si è consumato il primo confronto “a distanza” tra tre delle interpreti più quotate per i premi da protagoniste: Jennifer Hudson con Respect, Kirsten Stewart per Spencer e Jessica Chastain in The Eyes of Tammy Faye. La critica internazionale ha puntato tutto su questi tre nomi che sullo schermo danno vita a personaggi e personalità estremamente diverse che richiedono, a loro volta, narrazioni peculiari capaci di catturarne lo spirito. Proprio di soul, spirito, si parla in Respect, il primo dei tre film citati ad approdare nelle sale italiane insieme al suo racconto biografico per episodi presentato all’ultima edizione del Locarno Film Festival. Al centro della scena, ovviamente, c’è la regina del soul, Aretha Franklin, figura leggendaria del mondo della musica che richiedeva indubbiamente un biopic più carismatico.

Photo credit: Quantrell D. Colbert

Negli anni Cinquanta una bambina afroamericana di dieci anni trova nel canto gospel l’opportunità di aprirsi alla sua comunità e al mondo, raccontando emozioni e sentimenti altrimenti soffocati da un terribile lutto. Il suo nome è Aretha Franklin (Jennifer Hudson), un nome che sarà difficile da dimenticare negli anni seguire grazie a una carriera folgorante, segnata da successi travolgenti quanto da cadute difficili da affrontare. In tre decenni dedicati alla musica e alle sue sfumature, si ripercorre così anche una vita intrecciata ai maggiori avvenimenti che segnarono la società statunitense, tra lotte per l’uguaglianza e affermazione della propria indipendenza.

In passato, ben due prodotti per piccolo e grande schermo, una stagione di Genius e il doc Amazing Grace, avevano cercato di catturare l’essenza di un talento così complesso e stratificato come quello di Aretha Franklin. Confrontarsi con decenni di musica dall’eredità senza pari deve essere stato una sfida difficile per l’esordiente Liesl Tommy che, con la sua prima regia cinematografica, non trova le giuste note per far risplendere ulteriormente il soggetto. Nemmeno una sceneggiatura spenta come un canone fin troppe volte ascoltato riesce a risollevare il ritmo di una narrazione poco appassionata, ben distante dall’animo della protagonista ma anche dalle vette del genere raggiunte con il ben più ispirato Rocketman.

In assenza di una vera ispirazione alla cinepresa e alla scrittura, il film allora si sorregge sulla bravura cristallina di Jennifer Hudson, interprete invidiabile sia per recitazione che per doti canore. Chi era rimasto già incantato dalla sua performance da Oscar per Dreamgirls, troverà nuovi motivi per stupirsi davanti a un’interpretazione che cresce di intensità insieme al suo personaggio, riuscendo a dare profondità ai momenti chiave della storia e dell’eredità culturale di Franklin sia come donna che come rappresentante di una comunità. In un crescendo di emozioni, Hudson riesce ad accompagnare verso un gran finale sulle note di Amazing Grace un film altrimenti dimenticabile, reclamando un posto d’onore nella corsa ai prossimi riconoscimenti importanti.

Voto: 6
Recensione a cura di Federica Gaspari
Recensione pubblicata su IlTermopolio

Immagini tratte da:

Universal Pictures

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